Corviale, un palazzetto ancora chiuso: il piccolo esempio di un grande problema italiano
Dal palazzetto di Corviale alle Vele di Calatrava, passando per l’Acquario dell’Eur: perché in Italia le opere pubbliche accumulano ritardi, costi e varianti? E soprattutto, quando un errore provoca un danno alla collettività, chi ne risponde personalmente?
Il ritardo del nuovo impianto sportivo romano è solo l’ultimo esempio di una storia che si ripete in tutta Italia: opere che accumulano ritardi, costi e modifiche prima di arrivare, quando ci arrivano, alla loro destinazione.
A Corviale il nuovo Palazzetto dello Sport doveva essere pronto a giugno. I collaudi erano previsti entro luglio e l'obiettivo era arrivare alla fine dell'estate con l'impianto finalmente a disposizione del quartiere. Siamo al 14 settembre e la struttura non è ancora utilizzabile. L'opera, inserita nel Piano Urbano Integrato «Polo della Solidarietà Corviale» e finanziata nell'ambito del PNRR, prevede circa 2.000 metri quadrati coperti, 700 posti a sedere, palestre e spazi sportivi.
Non sappiamo ancora se il ritardo sia destinato a protrarsi per settimane o mesi, né quali siano esattamente le cause che lo hanno prodotto. E proprio per questo sarebbe sbagliato trasformare automaticamente la vicenda in uno scandalo. Ma c'è qualcosa che possiamo già osservare: la data indicata dall'amministrazione non è stata rispettata. Ed è un fatto sufficiente per porre una domanda più generale, perché Corviale non è né il primo né il più clamoroso caso italiano nel quale la realtà di un'opera pubblica si allontana sensibilmente da quella descritta al momento dell'annuncio.
A Roma basta guardare all'Acquario dell'Eur. Il progetto nasce nel 2008 e per anni viene accompagnato da annunci di prossime aperture. Nel 2012 si parlava di un investimento di circa 15 milioni per l'acquario; nel 2014 il costo complessivo dell'operazione era indicato in circa 90 milioni e l'apertura veniva prevista per giugno 2015. Nel 2026, diciotto anni dopo l'avvio dell'iniziativa, l'Acquario non è ancora aperto e la società concessionaria è fallita. Eur Spa ha stimato lo stato di avanzamento dei lavori intorno al 25-30 per cento.
Il salto di scala è evidente, ma il meccanismo che emerge è interessante. Un progetto nasce con determinate caratteristiche, viene presentato con un determinato costo e una determinata tempistica e poi, nel corso degli anni, attraversa una successione di problemi e modifiche che rendono sempre più lontano il risultato finale da quello annunciato all'inizio.
Le Vele di Calatrava a Tor Vergata rappresentano la versione monumentale di questo fenomeno. La Città dello Sport era nata con una previsione iniziale di circa 60 milioni di euro. Il progetto venne progressivamente modificato e i costi aumentarono fino a raggiungere centinaia di milioni. Nel 2009, quando il complesso avrebbe dovuto essere pronto per i Mondiali di nuoto, l'opera non era terminata. Erano stati spesi circa 250 milioni di euro e il progetto venne abbandonato. Soltanto molti anni dopo si è tornati a investire per recuperare quelle strutture.
Non si tratta di mettere sullo stesso piano tre vicende completamente diverse. Il Palazzetto di Corviale è un'opera in ritardo, l'Acquario è un progetto rimasto per anni incompleto e le Vele sono il risultato di una grande operazione naufragata e successivamente recuperata. Ma insieme mostrano una caratteristica ricorrente delle opere pubbliche italiane: il progetto iniziale non sempre riesce a rimanere il riferimento fino alla conclusione dell'opera.
Ed è qui che nasce una domanda apparentemente banale: perché un'opera già progettata dovrebbe cambiare mentre viene costruita?
Una modifica può essere necessaria. Nessun progetto può prevedere ogni possibile imprevisto: durante uno scavo possono emergere condizioni del terreno differenti da quelle ipotizzate, possono comparire problemi tecnici impossibili da individuare prima dei lavori o possono intervenire nuove prescrizioni di sicurezza. In questi casi cambiare il progetto non è un'anomalia, ma una necessità.
Altra cosa è quando le modifiche derivano da una progettazione incompleta, da errori di previsione o da decisioni che avrebbero potuto essere assunte prima dell'apertura del cantiere. In quel caso la variante non è più soltanto un fatto tecnico: diventa il sintomo di una progettazione che non aveva raggiunto un livello sufficiente di maturità.
E questo dovrebbe essere uno dei momenti più delicati dell'intero processo. Prima di mettere a gara un'opera bisogna sapere, con un grado ragionevole di certezza, che cosa si vuole costruire. Non è necessario conoscere in anticipo ogni dettaglio, ma bisogna aver studiato abbastanza il progetto da poter formulare una previsione credibile dei costi e dei tempi.
Se invece il progetto continua a cambiare quando le imprese sono già al lavoro, ogni modifica può trascinarsi dietro nuove spese e nuovi ritardi. Il preventivo diventa progressivamente meno significativo e la data di consegna perde il valore di un impegno per trasformarsi in una semplice previsione continuamente aggiornata.
A quel punto arriva la questione più difficile: chi risponde degli errori che hanno prodotto il danno?
Non della responsabilità politica, che appartiene alla normale dialettica democratica. Un'amministrazione può essere giudicata dagli elettori per aver scelto un'opera sbagliata, averla gestita male o aver promesso tempi irrealistici. È giusto che sia così. Ma questa è una responsabilità diversa da quella personale di chi ha materialmente contribuito, con un proprio atto, una propria omissione o una propria decisione, a produrre un danno economico.
La pubblica amministrazione è una macchina complessa, ma non è una macchina senza autori. I progetti vengono firmati, verificati e approvati. Le gare vengono preparate e aggiudicate. Le varianti vengono motivate e autorizzate. Le proroghe vengono concesse. I lavori vengono contabilizzati e collaudati. Dietro ogni passaggio esistono persone fisiche e atti amministrativi che possono essere ricostruiti.
Naturalmente non significa che chiunque abbia firmato un documento debba automaticamente pagare di tasca propria ogni euro di maggior costo. Sarebbe assurdo. Un imprevisto reale non è una colpa e un errore commesso non equivale necessariamente a un illecito. Ma quando un danno deriva da negligenza grave, omissioni o decisioni assunte senza le verifiche necessarie, la catena delle responsabilità dovrebbe poter essere percorsa fino alla persona che ha causato quel danno, nei casi e secondo le procedure previste dalla legge.
Il problema è che nel dibattito pubblico questa ricerca tende troppo spesso a fermarsi alla politica. Si discute di chi abbia governato Roma, di quale ministro abbia finanziato l'opera, di quale maggioranza abbia approvato il progetto. Tutto legittimo, ma spesso insufficiente. Perché mentre la responsabilità politica cambia con le elezioni, una firma rimane una firma.
Ed è proprio qui che possono nascondersi sia l'incompetente sia il «furbetto». Il primo può approvare o gestire male qualcosa perché non possiede le competenze necessarie; il secondo può assumere decisioni discutibili confidando nel fatto che, quando emergeranno le conseguenze, sarà sempre possibile indicare una responsabilità politica più generale, una norma complicata, un'amministrazione precedente o un imprevisto tecnico. In entrambi i casi il rischio è che la complessità della macchina pubblica finisca per diventare uno scudo.
Non è necessario che dietro ogni opera incompiuta ci sia un comportamento doloso. Sarebbe una conclusione tanto facile quanto infondata. È sufficiente riconoscere un problema più concreto: se nessuno rischia personalmente qualcosa quando una grave negligenza provoca un danno erariale, quale incentivo esiste per esercitare fino in fondo la massima attenzione prima di mettere una firma?
Il punto, quindi, non è pretendere che un funzionario, un progettista o un amministratore paghi personalmente per ogni imprevisto. È pretendere che, quando una responsabilità personale viene accertata, essa non venga diluita fino a scomparire dentro una generica «responsabilità dell'amministrazione».
Perché il conto delle opere pubbliche, invece, non è mai generico. Ha cifre precise e viene pagato con denaro preciso. Se un'opera costa più del previsto, la differenza deve essere finanziata. Se rimane inutilizzata per anni, il denaro investito non produce il beneficio previsto. Se deve essere modificata o completata con un nuovo stanziamento, la collettività paga ancora.
È questo il paradosso che dovrebbe interessarci: il danno economico è concreto, mentre la responsabilità può diventare evanescente.
Corviale ci offre oggi soltanto un piccolo esempio. Il palazzetto potrebbe essere terminato a breve e il ritardo potrebbe rivelarsi meno grave di quanto oggi appare. Ma proprio per questo è il momento giusto per chiedere spiegazioni: che cosa ha impedito di rispettare la data di giugno? Il problema era prevedibile? Quando è stato individuato? Chi ha dovuto intervenire? Ci sono state modifiche o proroghe? E soprattutto, la nuova data di consegna è fondata su un cronoprogramma realistico?
Sono domande normali per chiunque amministri denaro pubblico.
Perché il vero problema italiano non è che un'opera possa ritardare. È che troppo spesso ci siamo abituati a considerare il ritardo una caratteristica quasi fisiologica del sistema. Come se la data annunciata fosse soltanto una data indicativa, il preventivo soltanto una prima stima e le varianti una normale fase della costruzione.
Non dovrebbe essere così.
Un'opera pubblica seria dovrebbe partire da un progetto serio, con costi e tempi credibili. Se qualcosa di realmente imprevedibile accade, si modifica ciò che deve essere modificato e si spiega perché. Se invece l'errore era evitabile, bisogna avere il coraggio di cercare chi lo ha commesso.
Dalle poche migliaia di metri quadrati del Palazzetto di Corviale alle centinaia di milioni delle Vele di Calatrava, il problema cambia dimensione ma non cambia la domanda fondamentale.
Quando un'opera pubblica fallisce, non basta sapere quanto è costato il fallimento. Bisogna sapere chi ha deciso, chi ha firmato e, quando ne ricorrono i presupposti, chi deve risponderne personalmente.
Perché il denaro pubblico appartiene a tutti.
Gli errori, invece, hanno quasi sempre un autore.