Cossiga citato a metà: dalle piazze alla ragion di Stato
Cossiga viene citato a metà: si ricorda l’idea di infiltrare le proteste, ma non l’accusa ai docenti né la sua storia, da Gladio a Moro. Proposta e prova vanno distinte, ma la storia insegna che apparati e ragion di Stato vanno sempre controllati. Serve leggerlo per intero.
Si ricorda spesso la sua proposta di infiltrare le proteste. Ma quelle parole si capiscono solo dentro la storia in cui Cossiga è cresciuto: uno Stato con sovranità limitata, apparati che a volte sfuggivano al governo e una ragion di Stato che non rendeva conto a nessuno.
L'intervista che torna a ogni corteo
Ogni volta che una manifestazione degenera, torna a circolare l'intervista che Francesco Cossiga rilasciò il 23 ottobre 2008, durante le proteste studentesche contro la riforma Gelmini. Il suo consiglio era di lasciare che le proteste degenerassero, infiltrare il movimento con agenti provocatori e intervenire con la forza quando l'opinione pubblica avesse chiesto il ritorno all'ordine. Parlava di una risposta durissima, fino a mandare in ospedale manifestanti e docenti.
Di tutto questo si ricorda quasi solo l'infiltrazione. Per alcuni è la prova che le piazze siano manipolate, per altri un'esagerazione da vecchio picconatore. Entrambe le letture isolano una frase da un discorso più ampio.
Le due metà dell'intervista
Quel discorso ha due parti, e vanno lette insieme.
La prima è la tecnica: lasciar degenerare, infiltrare, attendere il consenso, reprimere. La seconda è l'accusa: gli studenti erano manipolati da docenti che Cossiga considerava responsabili morali e politici dello scontro, quasi un'eversione travestita da protesta, e per questo anche loro andavano colpiti. Le due parti non si separano: è perché il movimento viene descritto come un pericolo per lo Stato che la forza appare legittima, e perfino i professori diventano bersagli.
Chi cita solo la prima metà fa dell'intervista una prova di complotto. Chi cita solo la seconda la riduce a una requisitoria contro i «cattivi maestri». Ma l'accusa ai docenti ha lo stesso statuto delle altre parole di Cossiga: è un giudizio politico, non un fatto accertato. Nessuna sentenza ha mai stabilito responsabilità eversive dei professori di quel movimento. Pesare le parole adeguatamente significa dirlo con la stessa chiarezza con cui si dice che l'infiltrazione resta una proposta e non una prova.
Cosa dimostra, e cosa no
Va distinta la proposta dalla prova, ma senza farne un alibi. Le parole di Cossiga documentano ciò che suggeriva; da sole non dimostrano che il metodo sia stato applicato in un corteo preciso.
La storia, però, non ci permette di liquidare la questione. Del G8 di Genova del 2001 sappiamo, grazie a sentenze definitive, che alla scuola Diaz le prove furono falsificate e che a Bolzaneto i fermati furono maltrattati; la Corte europea dei diritti dell'uomo ha parlato di tortura. Sappiamo anche che la gestione della piazza fu duramente criticata, con i gruppi violenti lasciati agire a lungo. Che vi fosse un disegno di infiltrazione e provocazione, invece, resta un sospetto sostenuto da testimonianze e immagini, non un fatto accertato in sede giudiziaria.
È qui che si vede il rischio delle mezze verità: chi nega tutto ignora ciò che è stato provato, chi afferma tutto attribuisce allo Stato ciò che nessuna sentenza ha stabilito. L'intervista del 2008 non è né una profezia né una battuta: è un documento che chiede di verificare, caso per caso, che cosa sia davvero accaduto. E non è innocua: a parlare era un ex presidente della Repubblica, già ministro dell'Interno, che descriveva con freddezza una tecnica di governo dell'ordine pubblico.
Lo Stato secondo Cossiga: Gladio e Moro
Cossiga parlava da uomo che l'emergenza non l'aveva solo gestita, ma preparata. Dal 1966 al 1970 fu sottosegretario alla Difesa, nel ministero da cui dipendevano i servizi militari, negli anni in cui la rete clandestina stay-behind Gladio era già attiva. Era nata nel 1956 da un accordo tra il servizio italiano e la CIA, ed era collegata a strutture di coordinamento della NATO. Cossiga stesso, nel 1990, disse di aver partecipato alla sua organizzazione.
Quando Gladio divenne pubblica, ne rivendicò la responsabilità politica e la difese: era una struttura pensata per resistere a un'eventuale invasione sovietica. Il fatto che esistesse non permette di attribuirle ogni mistero italiano. Ma obbliga a chiedersi chi la controllava, a chi rispondeva davvero (a Roma o a Washington e a Bruxelles?) e cosa sapeva il Parlamento.
Nel 1978, da ministro dell'Interno, fu al centro del sequestro di Aldo Moro e sostenne la linea della fermezza: nessuna trattativa con le Brigate Rosse. Fu una scelta politica presa in una tragedia nazionale, e ancora oggi ci si chiede quali alternative esistessero e quanto pesasse la vita dell'ostaggio.
La ragion di Stato e i suoi limiti
In queste vicende ritorna sempre la stessa giustificazione: la difesa dello Stato come obiettivo così urgente da rendere secondario il discorso sui mezzi. In una democrazia non basta. Lo scopo dichiarato non legittima da solo una condotta: contano le decisioni, i controlli, le responsabilità, le prove. Vale per chi governa e vale per chi accusa: definire «eversivo» un movimento o i suoi docenti è un'affermazione che richiede prove, non un modo per chiudere il discorso.
Quando lo Stato non controllava i suoi apparati
La storia repubblicana mostra anche qualcosa di più scomodo. Molte sentenze e inchieste parlamentari hanno accertato depistaggi e responsabilità di uomini degli apparati. Le condanne vanno rispettate: sono parte di ciò che sappiamo. Ma la stessa storia suggerisce che spesso il governo è stato tenuto fuori, o informato a metà, da settori dei servizi che rispondevano ad altre logiche.
Questo apre una domanda che non riguarda solo il passato: possono esistere gruppi fuori controllo dentro i servizi? E ci sono vicende di oggi che lo Stato capirà, o ammetterà, soltanto fra anni, come è già accaduto per altre? Non abbiamo prove per dirlo. Abbiamo però abbastanza precedenti per non escluderlo.
Un figlio del suo tempo
Per leggere Cossiga serve un ultimo tassello. Nasce nel 1928 e fa carriera in un'Italia della Guerra fredda in cui Stati Uniti e NATO avevano un peso enorme sulle scelte strategiche, e per molti storici la sovranità del Paese era di fatto limitata. Cossiga si formò dentro quel sistema: fu tra coloro che lavorarono all'apparato di difesa clandestino pensato con gli alleati. Il contesto non giustifica nulla, ma spiega la mentalità: uno Stato che si sente assediato, alleanze percepite come vincoli, segreti considerati normali. Cossiga ne fu allo stesso tempo prodotto e protagonista, e per questo parla da una posizione di conoscenza e di responsabilità.
Citare a metà
Anche la scelta delle citazioni è politica. Chi denuncia la repressione cita gli infiltrati, ma spesso usa l'intervista come spiegazione di ogni scontro senza provare il legame con fatti specifici. Chi vuole delegittimare le proteste riprende l'accusa ai «cattivi maestri» come se fosse un fatto, dimenticando che nessuna sentenza l'ha confermata e che la stessa intervista prospettava violenza contro quei docenti. Chi celebra la fermezza o Gladio parla di ragion di Stato senza parlare di limiti e controlli.
La domanda vera
Leggere Cossiga per intero non significa attribuirgli piani che le sue parole non provano, né accettare la sua versione dei fatti, né le sue accuse. Significa tenere insieme ciò che disse, la storia in cui visse e le responsabilità che rivendicò.
La domanda, allora, non è solo se nelle piazze ci siano stati infiltrati. È chi decide quando l'emergenza giustifica l'eccezione, chi controlla davvero gli apparati che la gestiscono, e come evitare che la ragion di Stato, o l'accusa di eversione, diventi una giustificazione senza limiti.