Dietro la maschera dei Black Bloc: perché lo Stato tentenna e non reagisce?
Cantieri devastati, agente in ospedale e tonnellate di danni a carico dei contribuenti. Dietro le tattiche di guerriglia urbana delle frange anarchiche si nascondono lacune normative, veti politici e uno Stato che sembra aver scelto di combattere con le mani legate dietro la schiena.
Dagli attacchi ai cantieri della TAV in Val di Susa fino ai disordini di piazza a Roma e Bologna, le scorribande della galassia anarchica e dei cosiddetti Black Bloc continuano a fare salire la rabbia a mille. Vedere le immagini di quella che sembra una vera e propria guerriglia urbana — con decine di poliziotti e carabinieri che finiscono all'ospedale e tonnellate di danni che poi paghiamo tutti noi con le tasse — fa venire spontaneo un dubbio feroce: ma com'è possibile che questi gruppi siano così forti e lo Stato sembri sempre così impotente?
Per capire cosa c'è davvero sotto, bisogna guardare dietro la maschera e capire chi sono, come si muovono e come mai chi dovrebbe garantirci la sicurezza si ritrova spesso a combattere con le mani legate.
Chi c'è dietro il Blocco Nero e come si muove
La prima cosa da chiarire è che il Black Bloc non è un partito o una setta con un capo che manda gli ordini. È una vera e propria tattica di combattimento nata in Germania negli anni '80. L'idea è semplice: ci si veste tutti di nero, ci si copre la faccia e ci si muove come un unico blocco umano. In questo modo le telecamere non riescono a distinguere chi ha lanciato la pietra e chi ha appiccato l'incendio.
Attorno a questa tattica ruota una rete internazionale sfilacciata ma rigidissima, fatta di piccoli gruppi sparsi in mezza Europa. L'Italia è da sempre una rocca forte teorica e pratica, ma questi personaggi viaggiano di continuo e si scambiano supporto con la Francia, la Grecia e la Germania. Le loro battaglie prefissate sono sempre le stesse: bloccare le grandi opere infrastrutturali, sabotare le reti elettriche e ferroviarie e fare casino ogni volta che uno dei loro finisce dentro, come successo per il caso Cospito.
Un muro di silenzio impossibile da bucare
Molti si chiedono come mai i servizi segreti non becchino questi facinorosi prima che scendano in strada. La verità è che i gruppi più radicali usano una disciplina da spionaggio vero e proprio. Niente telefoni durante i summit operativi, oppure usano cellulari usa-e-getta presi con schede intestate a prestanome che poi buttano nel primo cassonetto. Se devono fare un piano d'attacco, si vedono a quattr'occhi in mezzo a un parco aperto dove è impossibile mettere microspie.
Tattiche di guerra o semplice teppismo?
A guardare i video che girano in rete, con avanzate compatte, scudi di legno, maschere antigas e batterie di fuochi d'artificio sparate ad altezza uomo per bucare le divise, la sensazione è quella di stare a guardare dei soldati in battaglia. Dal punto di vista militare, però, si tratta di una violenza studiata al millimetro.
Non usano le armi da fuoco tradizionali non perché siano dei pacifisti, ma perché sanno benissimo che se sparassero un proiettile vero, lo Stato sarebbe autorizzato a rispondere con le armi dell'Esercito e li spazzerebbe via in dieci minuti. Usando invece una violenza "a bassa intensità" fatta di bombe carta, molotov, sassi e pirotecnica, riescono a mandare gli agenti in pronto soccorso mantenendo però lo scontro appena sotto quella soglia che farebbe scattare l'intervento militare definitivo.
L'illusione dei militari d'élite e il paradosso dei feriti
A questo punto la reazione della gente comune è ovvia: mandateci i Carabinieri del Tuscania o reparti d'élite come la Folgore o la Marina del San Marco. Parliamo di super-uomini con una preparazione fisica e al combattimento che annienterebbero queste frange in pochi minuti anche solo armati di manganelli.
Ma la realtà di piazza è ben diversa e drammatica: un manganello in mano a questi professionisti della guerra, addestrati a sopraffare e neutralizzare l'avversario alla massima velocità, provocherebbe inevitabilmente dei morti. L'Esercito è addestrato a distruggere il nemico in guerra; la Polizia deve gestire la piazza per evitare che ci scappi la tragedia. Un solo manifestante morto in uno scontro trasformerebbe dei teppisti in martiri internazionali, scatenando una spirale di violenza ancora peggiore. I fatti del G8 di Genova e la morte di Carlo Giuliani insegnano.
Ecco perché il conto dei feriti è sempre così sproporzionato a sfavore delle forze dell'ordine. Gli agenti del Reparto Mobile sono costretti a stare ore fermi sotto una pioggia di sanpietrini e bombe piene di chiodi per difendere una struttura o un cantiere, senza potersi lanciare all'inseguimento per non spezzare la linea di difesa. E i Black Bloc feriti dove finiscono? Semplice: non vanno mai al Pronto Soccorso dove la polizia li arresterebbe subito, ma si fanno curare dai loro "medici di strada" in sedi occupate e poi si sfilano la tuta nera, tornano in jeans e maglietta e svaniscono nel nulla.
Strumenti che altrove usano già
Eppure basterebbe guardare alle altre nazioni per trovare strumenti di difesa molto più utili. Non serve inventarsi niente: all'estero usano da anni cannoni sonori ad altissima frequenza che fanno scappare i violenti per il dolore alle orecchie senza toccarli con un dito. Usano idranti caricati con vernici speciali indelebili che macchiano i vestiti e la pelle per giorni, al punto da renderli riconoscibili facilmente durante controlli.
In Francia, per esempio, usano squadre speciali in moto capaci di infilarsi nei vicoli e bloccare i sobillatori prima che creino il blocco, mentre i droni termici dall'alto individuano subito dove nascondono le sacche con le molotov. Basterebbe poi uno "scudo legale" serio per proteggere i poliziotti che fanno il loro dovere, insieme a pene pesantissime e carcerazione immediata per chiunque si presenti in piazza a volto coperto.
L'utopia italiana tra cavilli e veti politici
Tutte queste soluzioni esistono, funzionano benissimo appena fuori dai nostri confini e darebbero finalmente alle nostre forze dell'ordine le armi giuste per difendere la collettività. Eppure, qui da noi, applicare una strategia del genere rimane una pura utopia.
L'Italia continua a rimanere incastrata in un groviglio di leggi e cavilli iper-garantisti che finiscono per legare le mani a chi la legge deve farla rispettare, lasciando invece carta bianca a chi la calpesta. A questo si aggiunge la mentalità di una certa magistratura, sempre pronta a fare le bucce all'operato del poliziotto di turno, e il muro di una parte della sinistra politica. Quest'ultima, se non arriva a giustificare apertamente questi teppisti da cantiere, si rifiuta sistematicamente di approvare leggi più severe per fermarli, nascondendosi dietro la scusa della difesa della democrazia. E così, finché la sicurezza di tutti rimarrà un terreno per fare propaganda elettorale, lo Stato continuerà a mandare i suoi uomini a fare da bersaglio umano, mentre i cittadini continuano a pagare il conto delle devastazioni.