Il grande bluff delle Mini Fat Bike elettriche: la farsa della sicurezza stradale all'italiana
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Il grande bluff delle Mini Fat Bike elettriche: la farsa della sicurezza stradale all'italiana


C'è una nuova specie di "mostro" che domina l'asfalto delle nostre città. Pesa quaranta chili, monta gomme da fuoristrada, viaggia a velocità che nulla hanno a che vedere con una normale bicicletta e spesso il pedaliere serve soltanto come poggiapiedi. La chiamano affettuosamente "Mini Fat Bike", ma in moltissimi casi è difficile considerarla una semplice bicicletta: è, di fatto, un ciclomotore mascherato.

Un moderno "tubone" anni Ottanta, solo senza targa, senza assicurazione e, troppo spesso, senza casco.

Il vero problema non è l'esistenza delle biciclette elettriche, che rappresentano una risorsa importante per la mobilità urbana. Il problema sono quei veicoli modificati o progettati per funzionare come ciclomotori pur continuando a circolare come se fossero normali biciclette.

Ed è qui che emerge uno dei più grandi paradossi della sicurezza stradale italiana.

Il paradosso del monopattino: regole severe per chi è in regola, controlli deboli per chi non lo è

Il nuovo Codice della Strada ha introdotto obblighi sempre più stringenti per i monopattini elettrici: casco, assicurazione e contrassegno identificativo.

Si può discutere se siano misure giuste o eccessive, ma almeno il principio è chiaro: chi utilizza un mezzo potenzialmente pericoloso deve poter essere identificato e rispondere delle proprie responsabilità.

Poi però basta passeggiare in qualunque grande città per assistere a una scena completamente diversa.

Mini Fat Bike che viaggiano ben oltre la velocità consentita per una normale bicicletta a pedalata assistita, spesso azionate senza alcuna reale pedalata e utilizzate come veri scooter elettrici.

Nella maggior parte dei casi questi mezzi non rispettano i requisiti previsti per essere considerati biciclette a pedalata assistita. Eppure continuano a circolare come tali.

È questo il vero cortocircuito del sistema.

La farsa dei controlli

Se un'automobile passa con il rosso, gli strumenti di controllo la identificano immediatamente.

Se un motociclo circola senza targa, la violazione è evidente.

Quando invece una Mini Fat Bike palesemente modificata passa davanti a una pattuglia, la situazione diventa molto più complessa.

Per contestare formalmente che quel veicolo non rientra nella categoria delle biciclette a pedalata assistita possono essere necessari accertamenti tecnici che, nella pratica quotidiana, non sempre sono immediatamente disponibili. Il risultato è che molti mezzi continuano a circolare indisturbati, alimentando la percezione di un rischio molto basso di essere controllati.

È proprio questa percezione, più ancora dell'entità delle sanzioni, a rendere il fenomeno così diffuso.

Il messaggio sbagliato

Il cittadino che acquista un mezzo conforme alle norme deve affrontare obblighi, limitazioni e costi sempre maggiori.

Chi invece modifica illegalmente una bicicletta o acquista un mezzo già predisposto per funzionare come un ciclomotore può confidare, nella pratica, su controlli sporadici e accertamenti complessi.

È un messaggio devastante.

Perché trasmette l'idea che rispettare le regole comporti soprattutto oneri, mentre violarle presenti un rischio relativamente contenuto.

Di chi è la responsabilità?

Sarebbe troppo semplice puntare il dito contro i rider.

Molti lavorano per pochi euro a consegna, sottoposti ai ritmi imposti dagli algoritmi delle piattaforme di delivery. In questo contesto avere un mezzo più veloce significa effettuare più consegne e aumentare, almeno in parte, il proprio reddito.

Questo, naturalmente, non giustifica l'utilizzo di veicoli non conformi.

Ma impone una domanda: possibile che tutta la responsabilità ricada sempre e soltanto sul singolo lavoratore?

Le piattaforme che organizzano migliaia di consegne ogni giorno verificano realmente che i mezzi utilizzati siano conformi alla normativa? Oppure il problema viene semplicemente ignorato finché non accade un incidente?

Servono regole applicabili, non slogan

La sicurezza stradale non si misura dal numero di obblighi scritti sulla Gazzetta Ufficiale.

Si misura dalla capacità dello Stato di far rispettare le regole.

Se si decide di contrastare la mobilità illegale, bisogna mettere gli organi di controllo nelle condizioni di intervenire in modo efficace e rapido contro i mezzi palesemente non conformi.

Allo stesso tempo, occorre introdurre forme di responsabilizzazione delle piattaforme che organizzano servizi di consegna basati sull'utilizzo quotidiano di questi veicoli.

Perché oggi il paradosso è evidente.

Chi circola con un mezzo regolare viene identificato, controllato e sanzionato con facilità.

Chi trasforma una bicicletta in uno scooter elettrico continua troppo spesso a confidare nell'assenza di controlli efficaci.

Ed è difficile sostenere che questo renda le nostre città più sicure.