L'altra faccia del 7 ottobre: il fallimento dell'intelligence israeliana e gli avvertimenti ignorati
L'inchiesta di Haaretz rivela come Netanyahu fosse stato avvertito del 7 ottobre. Tra cecità tecnologica, depistaggi di Hamas e segnali ignorati, emerge il più grave crollo d'intelligence di sempre. Un disastro che travolge le istituzioni e alimenta un tragico e ingiustificato antisemitismo globale.
Certo. Ho mantenuto l'impostazione e il tono del tuo originale, ma ho fatto un lavoro di sottrazione: ogni concetto importante compare una sola volta, nel punto in cui serve, e la parte sulla CIA entra come un vero elemento dell'analisi, senza trasformarsi in un'accusa che le prove disponibili non consentono di sostenere.
Ho inoltre mantenuto il dubbio finale nella forma che ritengo più forte giornalisticamente: non un'accusa, ma una domanda che un'inchiesta seria deve poter verificare.
Il 7 ottobre e il fallimento dell'intelligence israeliana
Per anni Israele ha costruito la propria sicurezza sulla superiorità tecnologica e sulla capacità di anticipare le mosse dei propri avversari. Il 7 ottobre 2023 quella convinzione è crollata. Oggi nuove rivelazioni riaprono una domanda ancora più inquietante: quanto di ciò che accadde fu davvero imprevedibile e quanto, invece, fu il risultato di segnali già disponibili ma interpretati nel modo sbagliato?
Per decenni, l'apparato di sicurezza israeliano è stato considerato uno dei più sofisticati al mondo. Una rete composta da intelligence elettronica, sorveglianza aerea, informatori sul terreno, sistemi automatizzati e capacità operative d'eccellenza, costruita per individuare le minacce prima che potessero trasformarsi in attacchi.
Il 7 ottobre 2023 questa architettura fallì in modo spettacolare.
Migliaia di uomini di Hamas riuscirono a superare la barriera di confine, neutralizzare postazioni militari e penetrare in profondità nel territorio israeliano utilizzando bulldozer, pickup, motociclette e parapendii. Non si trattò soltanto di una sorpresa tattica: fu il collasso simultaneo di più livelli di sorveglianza, analisi, comando e risposta.
Per Israele, il 7 ottobre rappresenta quindi uno dei più gravi fallimenti di sicurezza e intelligence della sua storia, un trauma nazionale paragonabile per shock e portata all'11 settembre americano.
Ma la domanda più difficile è un'altra: i segnali c'erano?
La risposta, oggi, sembra essere sì.
L'ombra degli avvertimenti inascoltati
Nuove rivelazioni giornalistiche hanno riportato al centro della discussione una questione che potrebbe modificare ulteriormente la ricostruzione del disastro.
Secondo un'inchiesta pubblicata da Haaretz e secondo quanto ricostruito nel libro Kidnapped: 843 Days of Abandonment, circa dieci giorni prima del 7 ottobre il primo ministro Benjamin Netanyahu sarebbe stato informato personalmente dal presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, dell'esistenza di informazioni relative a un'imminente offensiva di Hamas.
Secondo la ricostruzione di Haaretz, bin Zayed avrebbe parlato direttamente con Netanyahu e gli avrebbe riferito che Yahya Sinwar stava preparando una grande operazione che avrebbe potuto provocare un grave spargimento di sangue e destabilizzare la regione. La stessa ricostruzione sostiene che Netanyahu avrebbe reagito con relativa calma, assicurando che Israele fosse preparato e indicando la Cisgiordania come area di maggiore preoccupazione.
Si tratta di una rivelazione estremamente grave, ma ancora contestata. Haaretz sostiene di aver ricostruito la conversazione attraverso numerose fonti di alto livello; Netanyahu nega categoricamente che la telefonata sia avvenuta e il suo ufficio ha definito la ricostruzione una "menzogna totale". Gli Emirati non hanno confermato pubblicamente quella specifica conversazione.
Il punto, dunque, non è ancora stabilire che Netanyahu abbia ricevuto quell'avvertimento come fatto definitivamente accertato. Il punto è che la vicenda si inserisce in un quadro più ampio nel quale altri segnali e avvertimenti erano già arrivati a Israele prima dell'attacco.
Tra questi vi furono quelli provenienti dall'Egitto. Secondo una ricostruzione emersa già nell'ottobre 2023, il capo dell'intelligence egiziana Abbas Kamel avrebbe avvertito Netanyahu della possibilità che da Gaza arrivasse un'azione di particolare gravità. Anche questa ricostruzione fu contestata, ma l'episodio si inserisce nel più ampio insieme di segnali che precedettero il 7 ottobre.
Il problema non sembra quindi essere stato semplicemente l'assenza di informazioni.
Potrebbe essere stato, piuttosto, il modo in cui quelle informazioni furono interpretate.
L'errore più pericoloso: credere che il nemico non avrebbe osato
Il fallimento del 7 ottobre non può essere spiegato soltanto con una falla tecnologica.
Per anni l'apparato israeliano aveva sviluppato una convinzione precisa: Hamas era sostanzialmente contenuto e deterrito. La sua priorità sarebbe stata mantenere il controllo della Striscia di Gaza, ottenere risorse economiche e consolidare il proprio potere.
Questa valutazione non era completamente irrazionale.
Hamas aveva infatti governato Gaza per anni e aveva mostrato di essere disposto, in determinate fasi, a mantenere una relativa calma in cambio di concessioni economiche e di una riduzione della pressione militare.
Il problema fu trasformare questa osservazione in un presupposto strategico.
Quando arrivarono segnali incompatibili con quella teoria, essi furono interpretati attraverso la convinzione preesistente.
È uno dei meccanismi classici dei fallimenti d'intelligence: non è necessariamente la mancanza di informazioni a provocare il disastro, ma l'incapacità di attribuire alle informazioni il significato corretto.
Il documento che avrebbe dovuto essere preso molto più sul serio
Uno degli episodi più inquietanti riguarda il cosiddetto Jericho Wall, un documento di circa quaranta pagine che descriveva un piano di Hamas per un attacco contro Israele.
Il documento conteneva elementi sorprendentemente vicini a ciò che sarebbe avvenuto il 7 ottobre: il superamento della barriera, l'attacco alle postazioni militari, la penetrazione nei centri abitati e la presa di ostaggi. Il piano, tuttavia, non indicava una data precisa per l'attacco.
Il documento era noto all'intelligence israeliana prima dell'attacco. Secondo le ricostruzioni successive, alcuni analisti avevano inoltre osservato che le esercitazioni di Hamas riproducevano elementi del piano e potevano indicare una capacità concreta di realizzarlo.
Il documento, da solo, non dimostrava che Hamas avrebbe attaccato proprio il 7 ottobre, né che l'operazione fosse imminente. Ma la sua impressionante corrispondenza con ciò che sarebbe poi avvenuto rende ancora più significativo il fatto che quello scenario non fosse stato considerato con sufficiente attenzione.
Non era necessario che gli analisti prevedessero il giorno esatto, né che conoscessero ogni dettaglio operativo. Sarebbe bastato riconoscere che Hamas possedeva ormai intenzione, capacità e preparazione sufficienti per trasformare quello scenario da esercitazione teorica a operazione reale.
Invece, la possibilità che Hamas potesse davvero tentare un'azione di quella scala venne considerata poco credibile.
Il fallimento fu quindi soprattutto concettuale.
La tecnologia non basta quando manca l'interpretazione
Israele aveva costruito una parte importante della propria sicurezza sulla superiorità tecnologica.
Droni, telecamere, sensori, intercettazioni elettroniche e sistemi automatizzati consentivano di controllare una delle frontiere più sorvegliate del pianeta.
Hamas comprese però che questa superiorità poteva essere aggirata.
Negli anni precedenti all'attacco ridusse l'esposizione delle proprie comunicazioni elettroniche più facilmente intercettabili, ricorse maggiormente a comunicazioni personali e fisiche e utilizzò una rigida compartimentazione delle informazioni.
Parallelamente, svolse esercitazioni che riproducevano molti degli elementi dell'attacco.
La preparazione, in un certo senso, era visibile.
Ma proprio perché era visibile, poteva essere interpretata come qualcos'altro: addestramento, propaganda, esercitazione o semplice dimostrazione di forza.
Il paradosso è evidente: Israele vedeva molto, ma non comprese ciò che vedeva.
Il fallimento non fu soltanto dello Shin Bet
Attribuire il disastro a una singola agenzia sarebbe semplicistico.
Lo Shin Bet aveva la responsabilità dell'intelligence interna; Aman quella dell'intelligence militare; l'Unità 8200 forniva una parte fondamentale delle capacità SIGINT (intelligence ricavata dall'intercettazione e dall'analisi di comunicazioni e segnali elettronici); il Mossad era maggiormente orientato alle minacce esterne.
Il problema fu sistemico.
Le informazioni esistevano, ma passarono attraverso filtri analitici e gerarchie che tendevano a rafforzare la stessa convinzione: Hamas non aveva interesse o capacità per scatenare una guerra di quelle dimensioni.
Il risultato fu una forma di groupthink strategico: non necessariamente perché tutti pensassero la stessa cosa, ma perché l'ipotesi alternativa — Hamas sta davvero preparando una grande invasione — appariva troppo improbabile per essere presa fino in fondo sul serio.
Ma se il fallimento fu sistemico, una domanda ulteriore diventa inevitabile: quanto era davvero autonomo il sistema israeliano rispetto alle informazioni disponibili ai suoi principali alleati?
E la CIA cosa sapeva?
Nel dibattito sul fallimento del 7 ottobre vengono analizzati in dettaglio gli apparati israeliani e, più recentemente, gli avvertimenti provenienti dall'Egitto e dagli Emirati. Molto meno chiaro rimane invece il ruolo dell'intelligence statunitense.
La questione non è marginale. Stati Uniti e Israele mantengono da decenni una collaborazione estremamente stretta sul piano dell'intelligence, della sicurezza e della tecnologia militare. Washington dispone inoltre di proprie capacità di raccolta, comprese SIGINT, HUMINT (intelligence ricavata da fonti umane, come informatori e agenti), immagini satellitari e altre forme di intelligence tecnica.
Eppure, sul piano pubblico, rimane sorprendentemente incompleto il quadro di ciò che la CIA e le altre agenzie americane sapessero nelle settimane e nei mesi precedenti all'attacco.
Questo non significa che la CIA disponesse necessariamente di informazioni decisive e le abbia ignorate. Non esistono prove pubbliche sufficienti per sostenerlo. Ma proprio questa assenza di informazioni rende legittima una domanda: quali valutazioni aveva elaborato l'intelligence americana su Hamas prima del 7 ottobre, quali segnali aveva raccolto autonomamente e quali informazioni aveva condiviso con Israele?
La questione diventa ancora più interessante considerando che una parte consistente dell'analisi americana sul dossier palestinese si basava inevitabilmente anche sulle informazioni e sulle valutazioni israeliane. Se Washington avesse ricevuto segnali propri ma fosse giunta alle stesse conclusioni di Israele, bisognerebbe capire se anche l'intelligence americana fosse rimasta prigioniera della medesima convinzione: Hamas era deterrito, interessato soprattutto alla sopravvivenza del proprio regime a Gaza e incapace di trasformare i propri piani in una guerra di quella portata.
Al contrario, se emergesse che gli apparati americani avevano elaborato valutazioni più allarmistiche e che queste non erano state adeguatamente condivise o recepite, il quadro sarebbe ancora diverso.
È una parte della storia che, almeno pubblicamente, rimane ancora molto meno chiara di quella relativa agli apparati israeliani.
La questione politica: responsabilità e guerra
È qui che la vicenda dell'intelligence diventa inevitabilmente politica.
Una volta superata l'emergenza immediata, la domanda fondamentale è chi debba assumersi la responsabilità di una catena di errori che coinvolge intelligence, vertici militari e leadership politica.
La questione è particolarmente delicata perché Netanyahu e il suo governo hanno un evidente interesse politico a difendere le proprie decisioni, mentre l'opposizione ha un interesse altrettanto evidente a trasformare il 7 ottobre in una responsabilità personale del primo ministro.
Proprio per questo, la soluzione non può essere affidata alla propaganda di una delle due parti.
Serve un'indagine indipendente, dotata di poteri sufficienti per stabilire:
- quali informazioni fossero disponibili;
- chi le conoscesse;
- quando fossero state ricevute;
- come fossero state valutate;
- quali ordini fossero stati impartiti;
- perché le forze militari presenti nell'area non fossero state preparate a un'incursione di quella portata;
- e quale fosse il livello di consapevolezza politica della minaccia.
È legittimo inoltre chiedersi se la prosecuzione del conflitto abbia avuto, o possa avere, anche un effetto politicamente conveniente per chi governa: rinviare il momento della piena resa dei conti sulle responsabilità del 7 ottobre.
Ma una cosa è riconoscere questo possibile effetto politico; un'altra è affermare, senza prove, che la guerra venga deliberatamente prolungata per evitare un'inchiesta.
La distinzione è fondamentale.
La prosecuzione delle operazioni può essere spiegata da considerazioni militari e di sicurezza reale, anche quando contemporaneamente produce un vantaggio politico per il governo.
Solo un'inchiesta indipendente può stabilire dove finisca la necessità strategica e dove inizi l'interesse politico.
Una democrazia non può avere paura delle proprie inchieste
La questione dell'inchiesta non riguarda soltanto Netanyahu.
Riguarda il funzionamento stesso dello Stato israeliano.
Un Paese che pretende di essere una democrazia solida e una potenza militare tecnologicamente avanzata deve essere in grado di sottoporre i propri vertici politici e militari a un esame pubblico quando avviene un fallimento di queste proporzioni.
Questo non significa automaticamente condannare Netanyahu.
Significa l'esatto contrario: accertare i fatti prima di emettere il verdetto politico.
Se emergerà che il governo ignorò avvertimenti decisivi, dovrà risponderne politicamente.
Se emergerà che gli errori furono prevalentemente militari e d'intelligence, dovranno risponderne i vertici competenti.
Se invece emergerà una combinazione delle due cose, le responsabilità dovranno essere distribuite secondo il reale peso delle decisioni assunte.
La credibilità delle istituzioni israeliane dipenderà anche dalla capacità di arrivare a questa verità.
La vera vittima non può diventare il capro espiatorio
C'è infine un'altra conseguenza del 7 ottobre che riguarda non soltanto Israele.
Il fallimento di Netanyahu, dell'intelligence israeliana o delle forze armate non può essere trasformato nella responsabilità collettiva degli israeliani.
E, allo stesso modo, le decisioni del governo israeliano non possono essere utilizzate per attribuire responsabilità collettive agli ebrei nel mondo.
Criticare un governo è legittimo.
Attribuire a un intero popolo le decisioni di quel governo è un'altra cosa.
Il rischio è particolarmente grave in una fase nella quale l'antisemitismo torna a manifestarsi in forme diverse, spesso mascherato da una generalizzazione indiscriminata: Israele diventa "gli ebrei", il governo diventa "Israele", e la responsabilità politica viene trasformata in colpa collettiva.
È una deriva che va respinta con la stessa fermezza con cui devono essere sottoposte a critica le decisioni dei governi.
Il vero insegnamento del 7 ottobre
Il 7 ottobre lascia una lezione che va oltre il fallimento operativo di quel giorno: nessun apparato di sicurezza, per quanto sofisticato, è realmente efficace se le informazioni che produce vengono filtrate attraverso convinzioni che impediscono di riconoscere una minaccia quando questa contraddice ciò che si ritiene possibile.
Ma proprio per questo la questione non può esaurirsi nella ricerca dei responsabili di un errore di intelligence. Deve arrivare fino al livello politico e stabilire se, oltre agli errori e alle sottovalutazioni, vi siano state omissioni consapevoli, informazioni deliberatamente non trasmesse o decisioni assunte sulla base di interessi diversi dalla sola sicurezza nazionale.
Le nuove rivelazioni rendono questa verifica ancora più necessaria. Se la ricostruzione dell'avvertimento ricevuto dagli Emirati fosse confermata, sarebbe fondamentale sapere non soltanto che cosa fu comunicato a Netanyahu, ma che cosa egli fece dopo averlo saputo e se quell'informazione venne trasmessa ai vertici della sicurezza.
E resta la domanda più scomoda, quella che nessuna indagine seria dovrebbe avere paura di porre: è possibile che qualcuno ai vertici sapesse più di quanto abbia successivamente dichiarato e abbia scelto deliberatamente di non intervenire, lasciando maturare una situazione che avrebbe poi potuto fornire una giustificazione politica e strategica per una guerra di vasta portata?
Non significa affermare che sia accaduto. Significa riconoscere che, alla luce della quantità di segnali emersi, non è possibile escludere questa possibilità senza aver prima accertato fino in fondo i fatti.
Se si trattò soltanto di un gigantesco fallimento di intelligence e di leadership, l'inchiesta dovrà dimostrarlo. Se invece emergeranno responsabilità più profonde, dovranno essere portate alla luce con la stessa determinazione.
È questa, in definitiva, la prova più importante per una democrazia: non dimostrare di non poter sbagliare, ma dimostrare di essere abbastanza forte da voler sapere perché ha sbagliato.