La cronaca che non esiste più.
Società

La cronaca che non esiste più.

Partendo dai recenti super terremoti, i devastanti cicloni, le brutali inondazioni fino al recente disastro in Nepal, il copione dei media è diventato tanto prevedibile quanto imbarazzante. L’immagine mostra un’intera vallata inghiottita dal fango o un paese rasato al suolo, ma il titolo strilla con glaciale burocrazia: “90 morti confermati e 100 dispersi”.


Partendo dai recenti super terremoti, i devastanti cicloni, le brutali inondazioni fino al recente disastro in Nepal, il copione dei media è diventato tanto prevedibile quanto imbarazzante. L’immagine mostra un’intera vallata inghiottita dal fango o un paese rasato al suolo, ma il titolo strilla con glaciale burocrazia: “90 morti confermati e 100 dispersi”.


Di fronte alla sproporzione sfacciata tra la catastrofe visibile e la ridicola contabilità del momento, chi legge non riceve un'informazione: riceve una presa in giro.


Dietro questa passerella di cifre sfasate ci sono precise procedure formali. I media rilanciano solo le fonti ufficiali, dove il conteggio dei "morti" comprende esclusivamente i corpi già recuperati e identificati, mentre le autorità si rifiutano di dichiarare migliaia di vittime senza un riscontro giudiziario. 

Le redazioni si aggrappano poi alla paura di accuse di "sciacallaggio" o procurato allarme per evitare stime realistiche. Ma questa catena burocratica non è affatto una giustificazione per prendere in giro chi legge: è solo l'alibi perfetto dietro cui nascondersi.


Il problema è che la cronaca d’emergenza ha smesso di fare la cronaca. 

Sotto la pressione di acchiappare clic e macinare interazioni social, i giornalisti hanno trasformato il dolore collettivo in uno spettacoliere a basso costo. Non si va più sul posto per capire, verificare o spiegare la portata reale di un evento; si preferisce rimanere comodi in redazione a fare i passacarte, incollando bollettini parziali come se le tragedie fossero dirette sportive con il punteggio da aggiornare ogni dieci minuti.


Chiamare "informazione" la fredda rincorsa al pallottoliere, mentre le immagini mostrano chiaramente che le vittime saranno migliaia, rende il giornalismo complice di una narrazione cinica, pigra e priva di rispetto.

Basterebbe recuperare un minimo di spina dorsale e di rispetto per l'intelligenza del pubblico. Riconoscere i propri limiti e scrivere semplicemente: “Non abbiamo ancora un’idea di quante vite siano state spezzate, ma l’impatto è devastante” richiederebbe il coraggio di raccontare la realtà anziché fare lo show con le briciole dei numeri. 


Trattare i lettori come adulti capaci di comprendere la gravità di una catastrofe attraverso i fatti è l’unico modo per distinguere l'informazione seria dal mero sciacallaggio editoriale.


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