L’Anatomia di un Conflitto: dall’Antichità all’iceberg mediorientale
Un conflitto nato da secoli di persecuzioni, nazionalismi e promesse territoriali contrapposte. Oggi l’espansione degli insediamenti israeliani e il terrorismo di Hamas e dei gruppi armati regionali restringono ulteriormente lo spazio per una pace possibile.
La cronaca del Medio Oriente mostra ogni giorno guerre, attentati, occupazione, terrorismo, insediamenti e negoziati falliti. Ma tutto questo è soltanto ciò che emerge in superficie. Sotto si trova una storia molto più lunga, nella quale per secoli si sono accumulati persecuzioni, migrazioni, nazionalismi, interessi imperiali, espulsioni e guerre.
Comprendere il conflitto israelo-palestinese significa quindi andare molto più indietro del 7 ottobre, di Hamas, di Netanyahu o persino della nascita di Israele. Non esiste una singola origine e non esiste una sola responsabilità. Esiste una stratificazione storica nella quale ogni generazione ha ereditato le ferite della precedente, aggiungendovi le proprie.
Dall'ostilità antiebraica all'antisemitismo
L'ostilità verso gli ebrei è molto più antica dello Stato di Israele. Nel mondo greco-romano esistevano già tensioni politiche e religiose con le comunità ebraiche, legate anche al loro monoteismo e al rifiuto dei culti pagani. Le rivolte contro Roma portarono alla distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. e, dopo la rivolta di Bar Kokhba del 132-135, a una nuova e devastante repressione. La Giudea venne profondamente trasformata e la provincia assunse il nome di Syria Palaestina.
Ma la diaspora ebraica non nacque con Roma. Comunità importanti esistevano già da secoli in Babilonia, in Egitto e nel Mediterraneo. La dispersione geografica non cancellò l'identità ebraica, mantenuta attraverso la religione, le Scritture e la tradizione rabbinica.
Con la cristianizzazione dell'Impero romano, l'ostilità assunse anche una dimensione teologica. Nel Medioevo si consolidarono discriminazioni giuridiche, segregazione e stereotipi religiosi. Gli ebrei furono accusati di essere responsabili di calamità, epidemie e omicidi rituali; durante la Peste Nera furono perseguitati in diverse regioni europee.
Tra Ottocento e Novecento il vecchio antigiudaismo religioso si trasformò anche in un antisemitismo moderno, razziale e nazionalista. Gli ebrei non venivano più accusati soltanto di appartenere a una religione diversa: nella propaganda antisemita diventavano una presunta forza internazionale capace di infiltrarsi nelle istituzioni, controllare la finanza, la stampa e la politica.
È in questo clima che comparvero i Protocolli dei Savi di Sion, uno dei falsi più influenti e pericolosi della storia moderna. Pubblicato in Russia nei primi anni del Novecento, il testo si presentava come la trascrizione segreta di riunioni nelle quali fantomatici leader ebraici avrebbero pianificato la conquista del mondo. In realtà non esisteva alcuna riunione e non esisteva alcun complotto: i Protocolli erano un falso costruito attraverso il plagio e la manipolazione di testi precedenti, prodotto negli ambienti dell'antisemitismo russo e collegato agli apparati della polizia zarista.
Il falso funzionava perché offriva una spiegazione semplice a fenomeni molto più complessi. Crisi economiche, trasformazioni sociali e rivoluzioni politiche potevano essere ricondotte a un'unica, immaginaria regia occulta. Nel 1921 il Times dimostrò pubblicamente che ampie parti dei Protocolli erano state copiate da opere precedenti. Ma la smentita arrivò quando il mito aveva già iniziato a diffondersi in Europa e negli Stati Uniti.
Henry Ford contribuì enormemente alla sua popolarizzazione americana attraverso il Dearborn Independent. Negli anni successivi il nazismo utilizzò i Protocolli come materiale propagandistico per alimentare l'idea di una cospirazione ebraica mondiale. Il complotto immaginario trasformava milioni di persone diverse tra loro in un unico nemico invisibile, rendendo l'odio una presunta forma di autodifesa della società.
Quella costruzione ideologica avrebbe trovato nel nazismo la sua espressione più radicale. La propaganda trasformò l'ebreo da “estraneo” in nemico esistenziale e preparò il terreno politico e culturale alla persecuzione sistematica che sarebbe culminata nella Shoah, con l'assassinio di circa sei milioni di ebrei europei.
Questa storia non spiega da sola la nascita di Israele, ma spiega perché per milioni di ebrei l'idea di un luogo nel quale potersi autodeterminare fosse diventata, dopo secoli di persecuzioni e lo sterminio nazista, una questione esistenziale.
Due nazionalismi, una terra e un'eredità coloniale
Il conflitto moderno nacque dall'incontro di due aspirazioni nazionali. Da una parte il sionismo, che vedeva nella Palestina la patria storica del popolo ebraico e cercava di costruirvi un centro nazionale. Dall'altra il nazionalismo arabo e, progressivamente, quello palestinese, che considerava quella stessa terra la propria patria e non accettava di diventare una minoranza politica nel proprio Paese.
La Prima guerra mondiale trasformò questa contrapposizione in una questione internazionale. E qui entra una responsabilità che spesso la narrazione contemporanea tende a lasciare sullo sfondo: quella delle potenze europee che governavano il destino del Medio Oriente senza essere in grado — o senza avere realmente intenzione — di risolverne le contraddizioni.
Per combattere l'Impero ottomano, la Gran Bretagna fece promesse differenti e difficilmente conciliabili. Nella corrispondenza Hussein-McMahon del 1915-1916 prospettò il proprio sostegno all'indipendenza araba, lasciando controversi i confini delle aree promesse, soprattutto riguardo alla Palestina. Nel 1916 gli accordi segreti Sykes-Picotdefinirono le rispettive sfere d'influenza franco-britanniche nel Medio Oriente. Nel 1917 la Dichiarazione Balfoursostenne la creazione in Palestina di un “focolare nazionale per il popolo ebraico”, dichiarando contemporaneamente di voler salvaguardare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche.
La contraddizione era enorme: le potenze europee stavano promettendo futuro e autodeterminazione a soggetti diversi nello stesso spazio geografico, mentre contemporaneamente si spartivano il controllo politico della regione.
Il Mandato britannico sulla Palestina, affidato alla Gran Bretagna dalla Società delle Nazioni nel 1922, non risolse quella contraddizione. La congelò. L'immigrazione ebraica aumentò, soprattutto con l'aggravarsi delle persecuzioni europee; parallelamente crebbe il nazionalismo palestinese e l'opposizione alla trasformazione demografica e politica del territorio.
Rivolte, attentati, repressioni e scontri si susseguirono. Londra modificò più volte la propria politica senza riuscire a conciliare le due comunità. Alla fine, dopo aver amministrato per trent'anni un territorio che non era riuscita a pacificare, la Gran Bretagna scelse di uscire di scena e trasferì la questione alle Nazioni Unite.
Non fu semplicemente un passaggio di consegne. Fu il trasferimento alla neonata comunità internazionale di una contraddizione che le potenze coloniali avevano contribuito in maniera decisiva a costruire.
L'ONU, la partizione e il conto della storia
Nel 1947 l'Assemblea Generale dell'ONU propose la partizione della Palestina in due Stati, uno ebraico e uno arabo, con Gerusalemme sottoposta a uno speciale regime internazionale.
La decisione arrivava in un'Europa appena uscita dalla guerra e dalla Shoah. Il mondo occidentale aveva davanti agli occhi la distruzione dell'ebraismo europeo e una responsabilità morale senza precedenti. Ma quella responsabilità aveva una conseguenza paradossale: l'Europa che aveva perseguitato e sterminato gli ebrei non avrebbe pagato il prezzo territoriale della propria colpa; il problema veniva affrontato in Palestina, dove viveva già una popolazione araba che non aveva causato la Shoah.
Questo non significa che la nascita di Israele possa essere ridotta a un semplice “risarcimento europeo”. Il sionismo esisteva da decenni e la rivendicazione di una patria ebraica precedeva la Shoah. Ma la tragedia europea modificò radicalmente il contesto politico e morale nel quale la questione venne affrontata.
Il piano ONU assegnava circa il 55% del territorio allo Stato ebraico, comprendendo gran parte del Negev, e circa il 45% a quello arabo. La leadership sionista accettò la proposta; la leadership araba palestinese e gli Stati arabi la respinsero, considerandola ingiusta nei confronti della popolazione araba.
L'ONU non “creò” da sola Israele e la Risoluzione 181 non era un atto magico capace di imporre due Stati sul terreno. Era una raccomandazione dell'Assemblea Generale, arrivata dopo decenni di fallimenti britannici e dentro una situazione già esplosiva.
La guerra cancellò il progetto.
Quando i combattimenti terminarono, Israele controllava circa il 78% dell'ex Mandato; la Giordania aveva preso la Cisgiordania e Gerusalemme Est, mentre l'Egitto amministrava Gaza. Lo Stato palestinese previsto dalla partizione non nacque.
Per i palestinesi quella guerra divenne la Nakba, la “catastrofe”: oltre 700.000 persone lasciarono le proprie case. Le modalità variarono da luogo a luogo, comprendendo espulsioni, fuga dai combattimenti, paura e collasso delle strutture sociali. Il risultato fu comunque una trasformazione demografica radicale e la nascita del problema dei rifugiati palestinesi.
Per Israele, invece, il 1948 fu la guerra d'indipendenza e la nascita dello Stato ebraico dopo secoli di persecuzioni culminati nella Shoah.
Due popoli si ritrovarono così con due memorie fondative opposte: per uno la nascita, per l'altro la perdita della propria terra.
Il 1967 e l'occupazione
La Guerra dei Sei Giorni del 1967 cambiò nuovamente il quadro. Dopo settimane di crescente tensione, la mobilitazione egiziana, il ritiro delle forze ONU dal Sinai e la chiusura degli Stretti di Tiran convinsero Israele che la guerra fosse imminente. Il 5 giugno Israele lanciò un attacco preventivo.
In pochi giorni conquistò il Sinai e Gaza dall'Egitto, la Cisgiordania e Gerusalemme Est dalla Giordania e le alture del Golan dalla Siria. Il Sinai sarebbe stato restituito all'Egitto con il processo di pace; la Cisgiordania e Gerusalemme Est sarebbero invece diventate il cuore della questione palestinese.
Da allora l'occupazione israeliana e la costruzione degli insediamenti nei territori occupati sono diventate uno dei principali ostacoli a una soluzione territoriale.
La questione non è soltanto giuridica. È geografica e politica. Ogni nuovo insediamento, ogni nuova strada e ogni infrastruttura che consolida la presenza israeliana in Cisgiordania rende più difficile costruire uno Stato palestinese territorialmente continuo.
E una parte importante della destra nazional-religiosa israeliana non considera questa espansione una situazione provvisoria: la considera un obiettivo. Esponenti come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir hanno portato questa visione direttamente dentro il governo.
Qui la contraddizione diventa difficile da ignorare: non si può dichiarare di voler conservare una prospettiva di due Stati e, contemporaneamente, continuare a restringere sul terreno lo spazio territoriale nel quale quello Stato dovrebbe nascere.
Oslo e la Palestina frammentata
Gli Accordi di Oslo del 1993-1995 furono il più importante tentativo di trasformare il conflitto in un processo politico. Israele e OLP si riconobbero reciprocamente e costruirono un sistema destinato, nelle intenzioni, a condurre a un accordo definitivo.
La Cisgiordania venne divisa in tre aree: Zona A, sotto controllo palestinese; Zona B, sotto controllo civile palestinese e con responsabilità israeliane per la sicurezza; Zona C, circa il 61% del territorio, sotto controllo civile e militare israeliano.
Quella che doveva essere una sistemazione transitoria è rimasta in vigore per decenni. La Cisgiordania è diventata un territorio frammentato, nel quale città palestinesi, insediamenti israeliani, strade, checkpoint e diverse forme di controllo si sovrappongono.
Il risultato è una realtà sempre più difficile da trasformare in uno Stato palestinese territorialmente continuo.
Israele: quando la matematica diventa politica
Israele non è una società politicamente uniforme. È attraversato da profonde divisioni tra laici e religiosi, destra e sinistra, comunità di diversa origine e differenti visioni del rapporto tra Stato, religione e territori.
Ma negli ultimi anni la destra nazional-religiosa ha acquisito un peso decisivo. Partiti come Sionista Religioso e Otzma Yehudit considerano l'espansione degli insediamenti e il controllo israeliano sulla Terra d'Israele elementi centrali del proprio progetto politico.
Gli Haredim, rappresentati soprattutto da Shas ed Ebraismo Unito nella Torah, hanno priorità differenti e sono concentrati soprattutto sugli interessi religiosi e comunitari. Sono però diventati alleati fondamentali della destra.
Dopo le elezioni del 2022, la coalizione di Benjamin Netanyahu disponeva di 64 seggi su 120. La destra nazional-religiosa e i partiti ultra-ortodossi rappresentavano insieme metà della maggioranza parlamentare.
Questo conferisce loro un potere di condizionamento enorme. Finché il governo dipende da forze che considerano l'espansione territoriale un valore, ogni concessione sulla Cisgiordania diventa politicamente molto più difficile.
Dall'altra parte: Hamas e il rifiuto della pace
Ma raccontare il conflitto come se l'unico ostacolo fosse Israele sarebbe altrettanto semplicistico.
L'OLP rimane il quadro politico palestinese riconosciuto internazionalmente come rappresentativo del popolo palestinese, mentre l'Autorità Palestinese governa parti della Cisgiordania. La sua legittimità interna è però fortemente deteriorata: le elezioni nazionali non si tengono da molti anni e la leadership è contestata.
A Gaza, dal 2007, governa de facto Hamas, nato nel 1987 nell'ambiente palestinese legato ai Fratelli Musulmani. Il movimento ha respinto Oslo, non riconosce Israele e ha mantenuto la lotta armata come elemento centrale della propria strategia. Nel 2017 ha accettato come possibile formula di consenso nazionale uno Stato palestinese sui confini del 1967, senza però riconoscere Israele e senza rinunciare alla rivendicazione sulla Palestina storica.
Il 7 ottobre 2023 ha mostrato con brutalità le conseguenze di questa strategia: l'attacco contro Israele, l'uccisione di civili e la presa di ostaggi hanno provocato una guerra che ha devastato Gaza e incendiato nuovamente la regione.
E Hamas non è solo. Hezbollah in Libano e altre organizzazioni armate sostenute dall'Iran mantengono capacità militari rivolte contro Israele, trasformando la questione palestinese in un conflitto regionale.
La conclusione è scomoda ma inevitabile: Israele non può ignorare l'occupazione e l'espansione degli insediamenti; i palestinesi non possono costruire una pace duratura finché organizzazioni armate come Hamas continuano a perseguire la lotta contro Israele attraverso il terrorismo e il rifiuto della sua legittimità.
Sono problemi diversi. Non hanno la stessa natura e non producono le stesse responsabilità. Ma entrambi restringono lo spazio politico della pace.
L'iceberg
Quello che vediamo oggi è soltanto la parte emersa.
Sopra l'acqua ci sono Hamas, gli ostaggi, gli attentati, le operazioni militari, gli insediamenti, i checkpoint e le vittime civili. Sotto ci sono secoli di storia ebraica, la Shoah, il sionismo, il nazionalismo palestinese, le promesse britanniche, Sykes-Picot, Balfour, la partizione dell'ONU, il 1948 e la Nakba, il 1967, l'occupazione e il fallimento di Oslo.
E sotto ci sono anche le responsabilità delle potenze che hanno contribuito a costruire questo labirinto: l'imperialismo britannico che fece promesse incompatibili, la spartizione franco-britannica del Medio Oriente e una comunità internazionale che, dopo aver ereditato il problema, non riuscì a trasformare la propria decisione in una soluzione praticabile per entrambi i popoli.
Non è una storia nella quale l'Europa può presentarsi semplicemente come arbitro esterno. Per secoli perseguitò gli ebrei; nel Novecento produsse la Shoah; dopo la Shoah cercò una risposta politica alla tragedia ebraica, ma quella risposta si sviluppò in una terra abitata anche da un altro popolo con una propria identità nazionale.
Questa è una delle grandi tragedie della storia contemporanea: una parte del mondo cercò di riparare un crimine immenso che non aveva commesso soltanto contro gli ebrei, ma finì per contribuire a creare una nuova tragedia che avrebbe colpito i palestinesi.
Ma la storia non consente nemmeno di fermarsi qui. La responsabilità occidentale per le proprie scelte non cancella quella delle leadership arabe che rifiutarono la partizione, delle organizzazioni che scelsero la lotta armata, dei gruppi terroristici che hanno colpito deliberatamente civili e delle leadership palestinesi incapaci di costruire una strategia politica comune. E la sicurezza israeliana non può diventare una giustificazione infinita per un'occupazione destinata a protrarsi senza soluzione.
La complessità non significa equivalenza. Significa rifiutare le scorciatoie.
L'espansione degli insediamenti non è il terrorismo. L'occupazione non è un attacco contro civili. La responsabilità di uno Stato non è quella di un'organizzazione armata. Ma neppure il terrorismo può essere utilizzato per cancellare il problema dell'occupazione, così come l'occupazione non può essere utilizzata per giustificare il terrorismo.
Il paradosso è che le forze più radicali dei due campi finiscono per alimentarsi reciprocamente. La paura israeliana rafforza chi invoca sicurezza e controllo territoriale; la frustrazione palestinese rafforza chi sostiene che la strada politica sia ormai fallita. Gli insediamenti restringono lo spazio per uno Stato palestinese; gli attacchi terroristici rafforzano la convinzione israeliana che uno Stato palestinese possa trasformarsi in una minaccia alla sicurezza.
È un circuito quasi perfetto.
Due popoli, due memorie, due paure. E sempre meno spazio tra loro.
Questo è l'iceberg del conflitto: la guerra che vediamo in superficie è soltanto l'ultimo strato di una storia molto più profonda. Finché ciascuna parte continuerà a vedere soltanto il proprio trauma e soltanto la colpa dell'altra, ogni nuova crisi aggiungerà altro peso a ciò che si trova già sotto l'acqua.
La superficie continuerà a cambiare.
L'iceberg, invece, resterà lì.