Nova 2.0: Conte ci riprova, da socio di minoranza
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Nova 2.0: Conte ci riprova, da socio di minoranza

Ha guidato due governi e ha lasciato il conto del Superbonus e le truffe del Reddito. Oggi, con un partito quasi nove punti sotto il Pd, chiede agli alleati di firmare un programma votato da qualche decina di migliaia di iscritti — e ripropone persino una dote ai 18enni che lui stesso aveva bocciato


Partecipazione, ma a copione

Nova 2.0 si presenta come la grande consultazione con cui il M5S di Giuseppe Conte scrive dal basso il programma della coalizione progressista. Il metodo, l'Open Space Technology, promette tavoli senza relatori né agenda. Il Movimento dichiara 17 mila partecipanti, il 44% non iscritti: cifre ufficiali, non verificate da terzi. Poi il copione cambia. I 20 paragrafi del programma sono messi a punto in 13 ore dal Consiglio nazionale e sottoposti al voto online degli iscritti. Le cronache parlavano di "poche sorprese" nei quesiti, e infatti le percentuali sono bulgare: oltre il 90% sulla politica estera, il 94,1% contro il Rearm Eu, il 97,9% sul riconoscimento della Palestina. Più che deliberazione, un plebiscito, in una due giorni che la stampa ha descritto come l'incoronazione di Conte.

Ha governato, ha fallito, ci riprova

Il M5S nacque urlando che avrebbe aperto il Parlamento come una scatoletta di tonno. L'ha aperto e ci si è chiuso dentro. E Conte non è un outsider: i meccanismi li conosce perché li ha guidati, due volte da Palazzo Chigi. Sa che i vincoli esistono, sa quanto costano le misure lanciate senza freni né controlli, e sa che i conti si pagano dopo.

Il suo Superbonus 110%, nato con il Decreto Rilancio del 2020, ha presentato allo Stato oltre 131 miliardi di detrazioni (ENEA, giugno 2026), molto oltre le stime iniziali. Il suo reddito di cittadinanza ha lasciato circa 1,5 miliardi di somme indebitamente percepite secondo INPS e Guardia di Finanza; la sola Guardia di Finanza ha accertato oltre 665 milioni di contributi fraudolenti e ne restano da recuperare circa 1,4 miliardi. Due misure diverse, un solo filo comune: la fase dei controlli arriva sempre dopo, quando i buchi sono già aperti.

Eppure ci riprova. Il programma di Nova ripropone un "Reddito 2.0", senza che nei materiali circolati finora si spieghi cosa cambierà nei meccanismi di verifica rispetto alla misura originale — quella che ha già lasciato all'Inps un conto da recuperare. Accanto ci sono meno tasse sul lavoro, Irpef più progressiva, prelievi su rendite ed extraprofitti, salario minimo, ritorno dell'abuso d'ufficio, no al riarmo e alle armi a Kiev: un catalogo di slogan perfetti per uno striscione, a cui manca il resto, ovvero quanto costa tutto questo, chi paga, come si concilia con il Patto di Stabilità.

Il bonus dei 18 anni: la dote che Conte aveva bocciato

Tra le proposte di Nova c'è anche il "Capitale 18": 15 mila euro pubblici a chi compie 18 anni, per famiglie con reddito sotto i 300 mila euro, vincolati a università, formazione, avvio di un'impresa o attività professionale, coperti — sulla carta — da un aumento delle tasse di successione sui grandi patrimoni. Il paradosso è che la stessa idea, nel 2021, l'aveva proposta il Pd di Enrico Letta (10 mila euro, identica impostazione) e Conte l'aveva bocciata: "Il problema dei giovani non lo risolvi tassando i super ricchi e offrendo una dote ai 18enni." Oggi la ripropone lui, più generosa, approvata dagli iscritti con il 78,4% dei voti. La soglia di reddito, poi, è talmente alta da escludere solo una minoranza di famiglie: più che una misura selettiva, un bonus quasi universale.

Sul vincolo alle "attività produttive" vale la pena una nota. In un Paese dove il Reddito di cittadinanza ha già mostrato quanto sia facile aggirare un requisito — false residenze, redditi non dichiarati, decine di migliaia di domande poi revocate — è difficile credere che 15 mila euro vincolabili all'avvio di un'impresa non producano lo stesso incentivo: società aperte solo sulla carta, giusto il tempo di incassare, con l'ennesima corsa a controlli e recuperi che, come per il Reddito, arriverebbero anni dopo e a fatica.

Quanto pesa tutto questo sui conti pubblici lo ha provato a calcolare un economista indipendente, Riccardo Trezzi: nell'ipotesi più realistica, l'intero pacchetto di proposte M5S costerebbe almeno 120 miliardi l'anno, a fronte di coperture indicate per appena 13,5 miliardi — per di più una tantum, non strutturali. È la cifra che meglio racconta la distanza tra le promesse di Nova e la loro sostenibilità.

Un lampo di realismo: il no al voto ai 16enni

Tra le proposte bocciate dalla base, però, ce n'è una che merita di essere segnalata: il voto ai 16enni, respinto con il 47,65% di contrari — un margine largo per una consultazione che altrove ha prodotto plebisciti sopra il 90%. È uno dei pochi casi in cui gli iscritti hanno frenato, invece di limitarsi a ratificare.

Extraprofitti: facile a dirsi, difficile a farsi

Prendere gli extraprofitti di banche, farmaceutiche e industrie militari suona bene. Calcolarli è un'altra storia: extra rispetto a cosa? Nel 2023 il governo Meloni tassò le banche al 40% sulla parte del margine di interesse che superava di oltre il 10% quello del 2021. Poi permise di accantonare a riserva due volte e mezzo l'imposta invece di pagarla, e per lavoce.info il prelievo si trasformò in una "farsa" senza gettito. Anche il contributo sull'energia varato con Draghi fu ridefinito nel 2023, con 404 milioni di gettito in meno. Il legislatore, del resto, aveva dovuto vietare alle banche di scaricare il costo su clienti e imprese: ammissione implicita che il rischio esiste. A nostro avviso il pericolo è che le aziende colpite cambino strategia, con meno credito, prezzi più alti e investimenti spostati altrove, e che a pagare siano ancora gli utenti.

Chi detta le regole?

Ed è qui che il conto politico non torna. Nella media dei sondaggi YouTrend/Agi del 17 settembre il Pd è al 21,1%, il M5S al 12,5%. Nova, invece, non arriva come proposta a un tavolo: arriva come "mandato". Conte ha detto di non voler diluire quel mandato e che il Movimento non firmerà programmi che continuino a inviare armi a Kiev. A votarlo, secondo una ricostruzione, sono state circa 45 mila persone: più o meno gli abitanti di una città di provincia. Il Pd, che ha alle spalle milioni di elettori e finora non vuole rinunciare al sostegno militare all'Ucraina, viene invitato ad adeguarsi. Elly Schlein risponde "prima il programma, poi la leadership" e promette un compromesso. Ma un compromesso si fa in due, e chi arriva con una linea rossa già votata dal proprio popolo lascia poco da compromettere.

C'è un guaio in più, aritmetico. Senza Italia Viva e +Europa, Pd, M5S e Avs si fermano al 40%. Con i centristi il campo largo sale al 43,8%, sopra la soglia del 42% che nella riforma elettorale apre il premio di maggioranza. Ma i centristi sono proprio quelli che sull'Ucraina e sul riarmo hanno le posizioni più distanti da Conte. Può il leader del socio più piccolo dettare le regole di una coalizione che, per vincere, ha bisogno anche di chi lui allontana? A nostro avviso si può chiedere, si può trattare, non si può dettare.

Il solito schema

Chiamiamolo col suo nome: populismo. "Popolo" contro chi decide "a porte chiuse", soluzioni semplici a problemi complessi, il conto rimandato. È lo schema di Vannacci e delle forze radicali tedesche, dall'AfD al BSW: cambiano i bersagli, non il metodo. Conte ha in più un'aggravante: il muro dei vincoli l'ha già visto dall'interno, e dovrebbe sapere che a fare la differenza non è il tavolo partecipativo ma la copertura. I 120 miliardi contro 13,5 di Nova sono la prova più netta di quel divario. Il vero esame non sarà il voto degli iscritti, ma il tavolo con Pd e Avs: lì le promesse dovranno diventare numeri.