Padroni a casa d’altri: come l’Europa ha perso il controllo di sé
Piazze in fiamme, carovita, guerra e satelliti in mano altrui: l’Europa non subisce necessariamente un complotto, ma l’incrocio di interessi esterni e fragilità proprie. Le altre potenze hanno riserve per perdere, l’Europa no. Il rischio non è il crollo, ma una subordinazione graduale.
Non serve un complotto per spiegare perché il continente rischia di perdere autonomia. Basta che gli altri possano permettersi di perdere più di lui.
Sabato 17 ottobre decine di migliaia di persone sono scese in piazza in Francia contro il caro vita, con scontri a Parigi e Marsiglia, mentre in Italia le manifestazioni contro il carovita hanno prodotto guerriglia a Milano, con bombe carta lanciate contro le forze dell'ordine in Piazza Duomo. Pochi giorni prima era toccato a Bruxelles e a Tirana. Sullo sfondo restano la guerra in Ucraina e una crisi energetica che torna a pesare sui prezzi. Il contagio fra le piazze, la contemporaneità e la violenza spingono molti a chiedersi se dietro ci sia una regia. La domanda è legittima, ma non è la più utile. La più utile è un'altra: perché l'Europa è così esposta?
Una regia non è necessaria
Le operazioni clandestine esistono, e la storia lo dimostra. Nel 1953 CIA e servizi britannici contribuirono a rovesciare Mossadeq in Iran; nel 1954 un'operazione di propaganda, pressione diplomatica e sostegno militare colpì Árbenz in Guatemala; nel 1948 Washington finanziò in modo occulto le forze anticomuniste nelle elezioni italiane. I dettagli emersero anni dopo, con l'apertura degli archivi.
La lezione non è che oggi accada lo stesso. È che l'assenza di prove immediate non dimostra l'assenza di interferenze. Vale però anche l'inverso: sincronia, somiglianze tattiche e vantaggi per qualcuno non provano un coordinamento, e chi trae beneficio da una crisi non l'ha per questo provocata. Una regia occulta resta un'ipotesi da indagare, non una conclusione. La tesi che segue non ne ha bisogno.
Interessi diversi, effetto convergente
Stati Uniti, Russia e Cina non sono alleati e non condividono un progetto. Ma ciascuno, perseguendo i propri interessi, riduce lo spazio di manovra europeo.
Gli Stati Uniti sono il principale alleato militare, ma anche un concorrente industriale, tecnologico e finanziario: sostegno alla produzione nazionale, pressioni sugli alleati sulle spese militari, dominio nel cloud, nell'intelligenza artificiale e nei semiconduttori. Un'Europa autonoma sarebbe un'Europa più libera anche da Washington. Non significa che la voglia debole, ma che l'alleanza non cancella la competizione.
La Russia ha un interesse dichiarato nel dividere l'Occidente e incrinare il sostegno a Kiev. Disinformazione, attacchi informatici e pressione ibrida sono strumenti documentati, anche se non ogni protesta è riconducibile a Mosca e le singole accuse vanno verificate.
La Cina è soprattutto un concorrente economico. Il controllo di segmenti chiave delle filiere delle materie prime critiche le dà un potere negoziale che cresce con la dipendenza europea.
Non occorre un accordo fra le tre potenze: basta che ciascuna persegua i propri interessi mentre l'Europa non protegge i suoi.
La dipendenza che si è vista in azione
Il caso più eloquente è nello spazio. Le comunicazioni satellitari ucraine, per le truppe come per i droni, poggiano su Starlink e sulla sua versione militare Starshield, cioè su un'infrastruttura privata e americana. In passato Musk aveva già spento il servizio a settembre 2022, mentre l'Ucraina cercava di riconquistare territorio, lasciando le truppe in blackout.
Questa settimana è successo di nuovo, in forma diversa. Senza preavviso, i terminali in movimento oltre una certa velocità sono stati limitati, bloccando di fatto il pilotaggio dei droni. Secondo Reuters, al Pentagono sarebbe arrivato l'ordine dall'interno della Casa Bianca di rallentare il sistema; Trump nega di averlo dato, e Musk sostiene che eventuali limitazioni dipendano da decisioni della presidenza. Il servizio è stato ripristinato, ma la domanda di fondo resta: chi decide? Non lo decide l'Europa. E a pagare gli abbonamenti ucraini c'è la Polonia.
È il punto più duro: un continente con competenze spaziali di prim'ordine dipende, per una funzione militare vitale, da una rete su cui non ha alcun controllo, e che può essere limitata da un ordine, un capriccio o una trattativa. La costellazione europea alternativa non è ancora operativa.
Chi può permettersi di perdere
Le tre potenze pagano costi pesanti: la Russia con la guerra e le sanzioni, la Cina con tensioni commerciali e demografia, gli Stati Uniti con divisioni interne e costo dell'impegno strategico. Nessuna è invulnerabile.
Ma tutte dispongono di una riserva strutturale: energia, materie prime, capacità produttiva, tecnologia, un mercato interno integrato. Non è un fondo finanziario: è l'insieme delle capacità che permettono di assorbire uno shock e rigenerare ciò che si è perso.
L'Europa è in una posizione diversa. Nel 2024, secondo Eurostat, la dipendenza energetica dell'Unione dalle importazioni nette era del 57,3%. Dipende dall'esterno per molte materie prime, per larga parte delle piattaforme digitali e, come visto, per le comunicazioni satellitari. Ha eccellenze scientifiche e industriali, ma non la sovranità corrispondente, ed è un mercato enorme sulla carta, frammentato da regole, fiscalità e interessi nazionali.
Il problema non è l'assenza di risorse, ma la difficoltà di trasformarle in capacità di resistenza. E le vulnerabilità si alimentano a vicenda: l'energia costa di più, l'industria perde competitività, la crescita rallenta, diventa più difficile finanziare difesa e welfare, aumentano i conflitti distributivi. L'Europa rischia di consumare le proprie capacità proprio mentre risponde alle crisi.
L'asimmetria non è assoluta: gli Stati Uniti dipendono da alcune catene esterne, la Cina ha vulnerabilità energetiche e demografiche, la Russia limiti industriali e tecnologici. La differenza sta nella combinazione delle risorse e nella velocità con cui si può sostituire ciò che viene meno.
La crisi diventa interna
Qui le due partite si saldano. Il carovita energetico e il calo del potere d'acquisto alimentano le piazze, e le piazze indeboliscono i governi proprio quando servirebbero decisioni impopolari su difesa, energia e industria. Un'Europa che deve scegliere fra sicurezza, competitività, coesione sociale e consenso democratico ha sempre meno margine per tenere insieme tutto.
Questo terreno è fertile per chiunque voglia sfruttarlo, dall'esterno come dall'interno. E quando le preoccupazioni dei cittadini, dalla sicurezza ai servizi pubblici, vengono liquidate anziché discusse nel merito, la distanza fra governanti e governati cresce. Sarebbe però un errore attribuire il problema a una sola parte politica: frammentazione industriale, dipendenze energetiche, difesa poco integrata ed errori di politica economica attraversano governi di ogni colore.
Perdere senza essere sconfitti
Il rischio più concreto non è un crollo. È una subordinazione graduale: un continente che resta ricco e democratico, ma sempre più dipendente da altri per difesa, energia, filiere, tecnologia e comunicazioni, e costretto a reagire alle decisioni altrui anziché determinare la direzione degli eventi. Non richiede che qualcuno abbia progettato ogni passaggio: nasce dalla somma di scelte politiche, pressioni economiche, conflitti geopolitici, errori interni e, forse, interferenze intenzionali.
Chiedere oggi all'Europa un soprassalto di volontà politica suona quasi utopico: è divisa, impoverita dal carovita e impegnata a gestire le proprie piazze. Ma proprio questo è il punto. Il quadro non dà il tempo di un grande disegno, soltanto quello di scelte parziali, tutte difficili e tutte necessarie: rendere sovrana almeno una funzione vitale alla volta, a partire dalle comunicazioni satellitari; ridurre una dipendenza energetica o di materie prime alla volta; e impedire che il malcontento reale diventi il terreno di manovra di altri.
La domanda decisiva non è più chi stia indebolendo l'Europa. È se l'Europa riuscirà a restare, almeno in alcune funzioni essenziali, padrona di sé.