Pensiamoci bene. Ma facciamolo senza tifoserie
Meloni non ha risolto i problemi dell'Italia, ereditati da decenni. Ma conti in lieve miglioramento, il governo più longevo della Repubblica, una coalizione coesa e un'Italia più affidabile all'estero sono meriti reali. Giudicare con i fatti, senza tifoserie: questo è essere super partes.
Giorgia Meloni è arrivata a Palazzo Chigi nell'ottobre 2022, in un'Italia che usciva da una pandemia, da una crisi energetica e da una forte fiammata inflazionistica, mentre la guerra in Ucraina ridisegnava gli equilibri economici e geopolitici europei. Negli anni successivi si sono aggiunti la guerra in Medio Oriente, nuove tensioni commerciali e una crescente instabilità internazionale. Non era un contesto semplice, e proprio per questo il giudizio deve essere serio. Non si può raccontare che Meloni abbia trovato un Paese allo sfascio e lo abbia risanato da sola. Ma non è neppure corretto sostenere che in questi anni non sia cambiato nulla.
I conti
Nel 2025 il PIL italiano è cresciuto dello 0,6%. Il deficit è sceso al 3,1% del PIL, dal 3,4% dell'anno precedente, e il saldo primario è salito allo 0,8%. Il debito pubblico, però, resta elevatissimo: 136,7% del PIL, in aumento rispetto al 2024. Nel secondo trimestre del 2026 l'economia ha continuato a crescere, dello 0,2% sul trimestre precedente e dell'1% sullo stesso periodo del 2025. Non sono numeri da miracolo economico, ma nemmeno da Paese fermo. Sono passi piccoli rispetto alla dimensione dei problemi italiani, ma piccolo non significa inesistente.
Il criterio di giudizio
Il debito, la bassa produttività, i salari, la sanità, l'istruzione e la crisi demografica non sono nati nel 2022. Sono problemi che l'Italia si trascina da molti governi e, in alcuni casi, da decenni. Un governo può modificare una traiettoria, avviare una riforma e creare condizioni migliori. Può anche sbagliare e peggiorare le cose. Ma pretendere che una legislatura cancelli decenni di problemi significa adottare un criterio che nessun governo potrebbe realisticamente superare.
La domanda corretta, quindi, non è se Meloni abbia risolto i problemi dell'Italia: la risposta è no. La domanda è se, con le risorse disponibili, i vincoli esistenti e la situazione ereditata, abbia fatto compiere al Paese qualche passo nella direzione giusta. E qui la risposta non può essere semplicemente negativa.
La stessa cautela vale per l'eredità dei governi precedenti. Il Superbonus ha avuto un costo enorme per la finanza pubblica e il Reddito di cittadinanza ha assorbito risorse molto significative. Ma il Reddito nasce nel 2019 e il Superbonus nel 2020, e quest'ultimo ha poi attraversato più governi. Se ne possono discutere costi ed effetti senza trasformare la storia italiana in una catena di colpe attribuite sempre all'esecutivo precedente.
La stabilità come risultato politico
C'è poi un elemento che non può essere liquidato: la stabilità. L'Italia repubblicana ha conosciuto una frequenza eccezionale di cambi di governo. Meloni guida invece senza interruzioni lo stesso esecutivo dal 22 ottobre 2022. Il 4 settembre 2026 ha superato il record del secondo governo Berlusconi, diventando il governo più longevo della storia repubblicana.
Questo non dimostra che tutte le sue politiche siano state corrette. Dimostra però che ha saputo costruire e mantenere una maggioranza stabile per quasi quattro anni. Fratelli d'Italia, Lega e Forza Italia hanno storie e interessi diversi, e le divergenze non sono mancate. Eppure la coalizione non si è spezzata. Sarebbe riduttivo attribuirlo alla fortuna. Il centrodestra esisteva già, ma guidarlo è un'altra cosa. La storia politica di Meloni, gli anni all'opposizione, la costruzione del proprio partito e la capacità di tenere una linea hanno inevitabilmente pesato. Si può non condividere Meloni e riconoscerne la capacità politica. Anzi, è proprio questo che dovrebbe significare essere super partes.
Il peso internazionale
La stabilità interna ha avuto effetti anche all'estero. Dopo anni di governi brevi e continui cambi di impostazione, Palazzo Chigi ha potuto presentarsi a lungo agli stessi interlocutori con lo stesso governo e una linea riconoscibile. Questo rende un Paese più prevedibile, e in politica internazionale la prevedibilità è una risorsa. Non significa che l'Italia sia diventata la potenza dominante d'Europa, perché non lo è. Significa che è tornata a essere un interlocutore con continuità.
È in questa luce che va letta la narrazione della «Meloni inginocchiata». Meloni ha fatto compromessi? Certamente, e doveva farli. L'Italia è nell'Unione europea, nell'eurozona, nella NATO e nel G7, e nessun governo italiano può pretendere di imporre unilateralmente la propria volontà. Ma un compromesso non è una resa. Conta cosa si concede, cosa si ottiene e quale posizione si mantiene alla fine della trattativa. Il suo governo ha confermato la collocazione atlantica, ha sostenuto l'Ucraina e ha costruito un rapporto stretto con Washington. Al tempo stesso ha cercato di aumentare il peso italiano nei dossier europei su migrazione, sicurezza, energia e competitività.
Non è soltanto un racconto italiano. Reuters ha indicato la durata eccezionale del governo come uno dei tratti distintivi dell'esperienza Meloni. Il Financial Times ha evidenziato la tenuta della coalizione rispetto alla tradizionale volatilità politica italiana. Spesso, va detto, entrambi hanno accompagnato il riconoscimento con critiche sulla crescita e sulle riforme ancora da realizzare. Ed è giusto così, perché riconoscere un merito non significa approvare tutto il resto.
Ciò che resta da fare
L'Italia continua ad avere problemi enormi. La crescita è troppo lenta, il debito altissimo e i salari fermi. Produttività e demografia restano nodi strutturali, e sanità, istruzione e pubblica amministrazione hanno bisogno di interventi profondi. Molti di questi problemi, però, erano presenti prima del 2022. Il criterio non può essere «non li hai risolti, quindi hai fallito». Bisogna chiedersi quale situazione hai trovato, quali risorse e quali vincoli avevi, che cosa è cambiato e quanto di quel cambiamento è attribuibile alle tue decisioni. È un criterio più serio, e porta a una conclusione meno ideologica.
Conclusione
Meloni non ha risolto i problemi dell'Italia. Ma ha dimostrato una capacità di leadership difficile da negare. Ha portato un partito nato ai margini del sistema alla guida del Paese e ha tenuto unita una coalizione eterogenea. Ha garantito una continuità di governo senza precedenti nella storia repubblicana e ha reso più riconoscibile la presenza italiana sulla scena internazionale. E lo ha fatto nonostante attacchi spesso gratuiti, rivolti più alla donna e alle sue origini modeste che alle sue scelte politiche. Ha risposto con i fatti a inchieste che, come accade spesso in Italia, sembravano puntare più a colpirne la credibilità che a chiarire. Non ultimo, dopo quasi quattro anni di governo, un logoramento che di solito erode il consenso, Fratelli d'Italia resta saldamente il primo partito del Paese. Sono meriti, non un assegno in bianco. Gli errori, le promesse non mantenute e le riforme incompiute vanno giudicati con lo stesso rigore.
Essere davvero super partes non significa distribuire meccanicamente metà dei meriti alla maggioranza e metà all'opposizione. Significa guardare i fatti, riconoscere ciò che ha funzionato e criticare ciò che non ha funzionato. Significa anche avere l'onestà di ammettere una qualità politica in chi non voteremmo. Forse il dato più significativo di questi quasi quattro anni non è che Meloni abbia trasformato l'Italia, perché non l'ha fatto. È che, dopo decenni di instabilità, un governo politico italiano è riuscito a durare, a mantenere coesa una coalizione e a muoversi con continuità in uno scenario internazionale estremamente difficile. Piaccia o non piaccia, è una realtà politica che merita di essere riconosciuta.