Proposte senza un piano. E ci risiamo.
Politica

Proposte senza un piano. E ci risiamo.

Dopo Nova (M5S) arriva Decidiamo (AVS): tante proposte su salari, casa e pace, ma senza un disegno d’insieme, senza una stima complessiva dei costi e senza fare i conti con un debito al 138% del Pil. Davanti a una situazione grave, le proposte restano frammenti


Dopo Nova del Movimento 5 Stelle, oggi tocca a Decidiamo: a Roma l'assemblea nazionale di AVS chiude il percorso con cui il partito ha raccolto le proposte da portare al tavolo del campo largo. Due consultazioni a un mese di distanza, mentre il Paese ha davanti una guerra in Europa, energia cara e una manovra a margini stretti. La domanda è se, davanti a una situazione così, le proposte siano all'altezza.

Dentro ci sono risposte a bisogni reali. Il M5S ha portato al voto degli iscritti venti punti, «Un'alleanza per la Costituzione», con uno stop all'invio di armi a Kiev e un «Reddito 2.0». AVS ha messo in votazione oltre 80 proposte in 16 macroaree, dal salario minimo a 10 euro ai trasporti gratuiti per i giovani, fino alla patrimoniale sopra i 5 milioni. Sono posizioni di principio e liste di misure, ancora in consultazione. Non sono ancora un piano per governare.

Il problema non è che la sinistra parli di diritti e protezione sociale mentre l'Europa attraversa crisi geopolitiche. È che il collegamento fra protezione sociale e capacità strategica resta difficile da vedere. In un'Italia esposta a energia costosa e dipendenze tecnologiche, non basta promettere più sostegni: bisogna dire come rafforzare industria e infrastrutture, come ridurre le dipendenze e quali spese vengono prima. Le misure appaiono spesso isolate, ridotte a una formula, mentre manca il disegno che dovrebbe ordinarle.

Le singole proposte hanno talvolta una copertura. AVS, per esempio, finanzia un fondo «dall'aereo al ferro» con l'accisa sul cherosene dei voli nazionali e una tassa sui jet privati. Ma nessuno dice quanto costa tutto insieme e come i pezzi stanno in piedi. La stessa patrimoniale, emersa in 19 aree su 20 nei territori del M5S, è sparita dai venti punti messi al voto. Senza stime di gettito e analisi degli effetti, resta un obiettivo, non una copertura.

Una premessa per correttezza: una legge di bilancio deve indicare le coperture, passa al vaglio del Parlamento e della Commissione europea, e il governo verrà giudicato su quelle. Il Parlamento ha autorizzato uno scostamento di circa 29 miliardi nel biennio 2027-2028 per energia e difesa, ma l'uso delle risorse dipende dalle decisioni europee attese a novembre, e il disegno di legge di bilancio è stato rinviato. L'opposizione quel vincolo formale non ce l'ha. Proprio per questo deve dimostrare di saperlo affrontare comunque.

E c'è il grande assente: il debito pubblico. Nelle stime del governo il rapporto con il Pil è al 138,1% a fine 2026 e sale ancora al 138,5% nel 2027, mentre gli interessi arrivano al 4,6% del Pil nel 2028-29, il valore più alto dal 2014 secondo Bankitalia. Chiunque governi dovrà farci i conti, con i mercati e con Bruxelles. Nelle sintesi che circolano delle proposte non trovo una riflessione su come si tenga in equilibrio un debito di questa dimensione con nuove misure di spesa. Il punto non è l'austerità: è dire quale spazio c'è e quale no.

Non serve una ricetta definitiva in una consultazione. Serve un ordine di priorità: pochi obiettivi, un costo complessivo, un percorso per il debito. È ciò che chi propone una misura deve a chi la voterà. Gli slogan funzionano perché offrono una risposta semplice a problemi reali, e non è questione di un «popolo credulone»: è il risultato di una politica che comunica per formule e di cittadini a cui raramente viene presentato il quadro completo. Ma proprio per questo chi chiede fiducia ha il dovere di dire quanto costa, quali effetti avrà e che cosa non potrà risolvere.

Sulla pace la distanza tra proposta e mandato di governo è ancora più evidente. Servono una linea negoziale, garanzie per l'Ucraina, una valutazione delle concessioni possibili e una posizione sul ruolo dell'Europa. Lo ha fatto notare, a modo suo, Giorgia Meloni alla Camera il 14 ottobre: ha detto di essere certa che le opposizioni saprebbero fare meglio, poi ha chiuso con «Prima di mettere d'accordo Putin e Trump, provate a mettere d'accordo Magi e Fratoianni su un'unica risoluzione». Quel giorno il campo largo si era presentato con una risoluzione per partito ed era uscito dall'Aula senza votare. La battuta non è una strategia, ma coglie un nodo vero.

La domanda non è se la destra sia «più brava». È se l'opposizione sappia mostrare come governerebbe i vincoli che la maggioranza oggi affronta: con quali alleati, risorse e priorità. La politica comincia quando bisogna scegliere che cosa fare prima, che cosa rimandare e quale costo si è disposti a sostenere. Su questo, per ora, le due consultazioni non rispondono.