Si chiama scelta, non noia
Noi boomer non siamo stati santi, ma sapevamo che ogni bravata aveva un prezzo. Oggi per alcuni ragazzi quel limite è sparito. Famiglia, società, età, social: spiegano il contesto, non assolvono. Gli adulti sono deboli, ma la responsabilità resta personale. Chi fa del male deve risponderne.
Noi boomer non siamo stati santi. Corse in auto per il paese (che auto poi... Fiat 500, Fiat 600 e simili), scherzi pesanti, approcci pesanti alle ragazze. Le "bravate" si facevano, eccome se si facevano, ma dovevano rimanere tra noi, perché si sapeva che se scoperte sarebbero arrivate conseguenze, e pesanti. La paura non fermava tutto, però ricordava una cosa: gli adulti contavano, e ogni azione prevedeva una risposta.
Oggi quel confine, per alcuni, è sparito. Ragazze fatte ubriacare o drogare, abusate e filmate. Anziani e senzatetto presi a calci. Passanti aggrediti in gruppo, persone colpite quando sono già a terra, coltelli tirati fuori davanti a chi prova a intervenire. Non sono bravate da raccontare ridendo il giorno dopo. Sono reati. E chi li commette sa benissimo cosa sta facendo e a chi, e lo fa lo stesso.
Peggio: chi è già "conosciuto" dalle forze dell'ordine diventa un modello. Il precedente non è una macchia, è un titolo di merito. Stargli accanto fa sentire più grandi, più "fighi". Nessuno li costringe: partecipano per un pezzo di quel prestigio, e lo vogliono abbastanza da accettare che qualcuno finisca all'ospedale. Le uniche regole che riconoscono sono quelle del branco: chi è forte comanda, chi fa paura conta, chi si tira indietro è un debole. Le leggi degli adulti? Roba da deridere, finché non costano niente.
Qualcuno cercherà un perché negli psicologi, nelle famiglie, nei social, nella scuola, nella perdita dei valori. Può servire a capire il contesto, ma non spiega abbastanza da giustificare. Una famiglia sbagliata non assolve. Una società difficile nemmeno. E non assolve l'età: la maturità è un processo graduale, non scatta la notte tra i 17 e i 18 anni. Chi è ritenuto abbastanza grande da mettersi alla guida lo è anche per rispondere delle proprie azioni. Quando un gruppo si diverte per noia a terrorizzare i passanti, il responsabile ha un nome solo: ciascuno di loro.
È vero, gli adulti oggi sono deboli. I genitori non vengono ascoltati, la scuola non riesce a imporre limiti. Le forze dell'ordine ci sono, ma spesso arrivano e vengono aggredite. E la giustizia ha tempi e risposte tali che il colpevole torna in strada prima che la vittima abbia finito di denunciare. Ma questa è la spiegazione, non una scusa. La nostra impotenza non assolve nessuno.
Le cazzate le abbiamo fatte tutti, e a volte anche la sfortuna ci mette del suo. Ma sfidare la sorte con questa arroganza, davanti a chi ne paga il prezzo, non è una cazzata: è una scelta.
E sono stanco delle generalizzazioni. I ragazzi di oggi non sono tutti così, e non vanno giudicati per i fatti peggiori della cronaca. Ma proprio per questo chi sbaglia deve rispondere da solo, senza nascondersi dietro il gruppo, l'età o la noia.
Forse siamo al limite dell'accettabile. E allora, che cosa si fa? Il carcere? Per i giovani spesso è una scuola di criminalità. Punizioni esemplari? Fermano un gesto, non insegnano niente. Corsi di recupero? Difficile che bastino a chi non riconosce l'autorità di chi li tiene. Caserme e regole militari? Il rischio è di incattivirli di più. I dubbi sono tanti, e onesti.
Ma il dubbio sul come non può diventare dubbio sul se. Chi commette un reato deve risponderne alla legge, con tutte le aggravanti e le attenuanti previste, subito e ogni volta. Perché anche in un mondo difficile esiste un punto in cui le responsabilità smettono di essere collettive e diventano personali.
E quel punto, troppo spesso, viene oltrepassato.