Studiato poco? o semplicemente libero?
Le recenti parole di Stefano Bonaccini sugli elettori di centrodestra svelano una spocchia elitaria mai sopita. Ma se la scelta politica fosse invece la prova di un’immunità a decenni di indottrinamento universitario e la risposta a una sinistra che ha tradito il popolo? Una riflessione controcorrente che ribalta il paradigma progressista.
Le dichiarazioni di Stefano Bonaccini, secondo cui a destra voterebbe in prevalenza chi ha "studiato poco", vive nelle periferie e sta peggio economicamente, rappresentano l'ennesimo capitolo di quella superiorità morale con cui una certa parte politica guarda ai propri cittadini. Ma proviamo per un attimo a ribaltare questo assioma, portando la provocazione fino alle sue estreme conseguenze logiche: e se l'analisi sociologica fosse vera, ma nel senso diametralmente opposto a quello inteso dall'establishment dem?
Oggi, percorrere i corridoi di molte tra le più rinomate università italiane, comprese celebri istituzioni della Capitale, significa spesso imbattersi in una vera e propria bolla ideologica. Un'eredità mai del tutto superata di quel '68 che ha trasformato la cattedra in un pulpito di parte. Libri di testo firmati dagli stessi docenti in cui la politica militante prende il posto della didattica neutrale, programmi conditi da visioni uniche e un ambiente accademico che premia il conformismo "rosso" scoraggiando la pluralità delle idee. La testimonianza diretta di tanti ragazzi che frequentano questi atenei parla chiaro: spesso non si insegna a pensare, ma cosa pensare. In questo scenario, il cosiddetto "aver studiato poco" o il non essere transitati da certi percorsi accademici assume una sfumatura del tutto inaspettata: chi ne è rimasto fuori si è di fatto salvato da un condizionamento ideologico pervasivo, preservando la propria indipendenza di giudizio.
C'è poi l'altro grande fattore citato da Bonaccini: il reddito. Affermare che chi ha meno disponibilità economica vota a destra significa prendere atto, a propri danni, di un cortocircuito storico. La sinistra contemporanea ha smesso da tempo di ascoltare il lavoratore, la fascia debole o chi fatica ad arrivare a fine mese, trasformandosi nel partito del ceto medio-alto, radical chic e da salotto. Una "sinistra con il Rolex" arroccata nei quartieri bene delle grandi città, più attenta al politically correct e ai dogmi ideologici che ai bisogni materiali delle periferie. È del tutto naturale che chi sta "peggio economicamente" cerchi rappresentanza altrove: non per ignoranza, ma perché si sente abbandonato da chi in teoria doveva difenderlo.
Votare a destra, dunque, non diventa il sintomo di un deficit culturale o sociale, bensì il segnale di un pensiero autenticamente libero e pragmatico, non filtrato dai dogmi degli "eredi del Sessantotto" né dalle prediche di chi guarda al ceto popolare dall'alto in basso. La vera cultura sta nella capacità di valutare la realtà con i propri occhi, non nell'esibire una laurea conseguita in un sistema omologato.
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